Se abbiamo una marcata e persistente paura di essere criticati nelle situazioni sociali potremmo avere un disturbo d’ansia, che prende il nome di ansia sociale.
Potremmo sentirci molto a disagio se dobbiamo parlare con qualcuno che ha una posizione di autorità, sostenere un esame, recitare, esibirci o parlare davanti a un pubblico, conoscere qualcuno per iniziare una relazione sentimentale/sessuale, incontrare persone sconosciute, entrare in una stanza dove ci sono già altre persone sedute, essere al centro dell’attenzione, prendere la parola in una riunione, guardare negli occhi qualcuno che ci conosce poco, esporre una relazione davanti a un gruppo di persone, restituire della merce in negozio, respingere un venditore molto insistente ecc.
La nostra emozione prevalente è la vergogna. Abbiamo paura che le persone che ci stanno guardando, penseranno di noi, che valiamo poco. Pensiamo che stiamo facendo una brutta figura, che gli altri ci stanno giudicando e criticando. Questi pensieri generano una ansia molto intensa.
Se dobbiamo parlare in pubblico, incominciamo a somatizzare l’ansia. La voce diventa tremolante, compare un rossore sul volto e il collo, le mani iniziano a sudare. Il linguaggio può apparire confuso, possono comparire dei tic.
L’idea che gli altri si accorgano della nostra agitazione, della inadeguatezza che sentiamo e che ci giudichino, non solo per la fallita o mancata prestazione, ma anche per il nostro stato emotivo, accentua lo stato di ansia e vergogna iniziale.
Per affrontare un discorso in pubblico esercitiamo un forte controllo su noi stessi. Controlliamo come siamo vestiti, ripetiamo in maniera reiterata il discorso che dobbiamo tenere, ripassiamo i nostri atteggiamenti. Poi passiamo a controllare gli altri. Cerchiamo informazioni sulle persone che ci guarderanno e che ci giudicheranno.
Se possiamo evitare di esporci in pubblico, adottiamo un comportamento che ci permetta di sottrarci al contatto oculare con gli altri, ad esempio, se dobbiamo partecipare ad una festa, rimaniamo zitti, non entriamo nel discorso, ci mettiamo in una posizione più defilata, ci proteggiamo tenendo sempre con noi un bicchiere.
Ci concentriamo attentamente su tutti i segnali verbali e non verbali che le persone ci rimandano. Notiamo le espressioni del loro volto e le interpretiamo in maniera autoreferenziale. Facciamo continue inferenze sul comportamento dell’altro, sul loro pensiero, sul giudizio che hanno nei nostri confronti.
Pensiamo che tutti ci stiano guardando, che non stiano apprezzando ciò che stiamo dicendo o l’immagine che stiamo dando.
Da bambini possiamo essere stati un po’ timidi, tendenzialmente chiusi, introversi e a volte abbiamo ricevuto delle critiche per questo temperamento. Il giudizio degli altri e degli episodi di prepotenza subiti dai coetanei, rispetto ai quali non riuscivamo a proteggerci, ci hanno spinto sempre di più a crearci una idea di noi, che non andiamo bene. Abbiamo paura di sbagliare.
Possiamo manifestare sintomi depressivi a causa della sensazione di fallimento personale e di sconfitta per non riuscire a superare le prestazioni e per la difficoltà a gestire le relazioni interpersonali.
A volte possiamo usare sostanze stupefacenti o l’alcol per calmare il nostro stato di ansia, per sentirci più disinibiti, più liberi, prima di andare ad una festa. Poi se ricorriamo all’alcol con molta frequenza, possiamo sviluppare una dipendenza.
Possiamo entrare nel panico, quando ci troviamo di fronte alla prestazione temuta, come ad esempio, prima di affrontare un esame. Generalmente gli attacchi di panico sono imprevedibili, mentre quando abbiamo paura del giudizio degli altri, noi sappiamo in anticipo che avremo un attacco di panico, perché anticipiamo la critica degli altri.
Sentiamo che abbiamo un bisogno assoluto di essere valutati positivamente dagli altri, di essere apprezzati a tutti i costi.
L’ansia sociale ci porterà ad evitare tutte le situazioni temute o se non possiamo evitarle, le affrontiamo con grande difficoltà.
Se pensiamo di esporci in pubblico possiamo avere una visione catastrofica di ciò che potrebbe verificarsi (la preoccupazione ci permette di anticipare e controllare i problemi). Poi durante l’interazione temuta, sentiamo fortemente l’ansia (cerchiamo di nasconderci e controlliamo gli altri). Dopo l’evento, ripensiamo (ruminazione) su ciò che è andato storto, ci svalutiamo e ricordiamo solo ciò che non è andato bene.
Preferiamo rimanere a casa, da soli o con poche persone di cui ci fidiamo e con cui riusciamo a stabilire una intimità.
Stiamo male fuori casa perché si attivano una serie di doveri molto forti. Ci diciamo che dobbiamo essere bravi, essere all’altezza, essere apprezzati, essere molto competenti. Ci sentiamo in competizione con gli altri.
Probabilmente abbiamo avuto genitori giudicanti e intrusivi, che ci criticavano se non fossimo stati bravi, se non avessimo fatto fare loro bella figura. Ci siamo sentiti che non valevamo abbastanza. Le aspettative che hanno avuto i nostri genitori, le abbiamo fatte nostre.
Ci confrontiamo con una immagine di noi che vorremmo raggiungere ma che è anche un po’ irraggiungibile, perché è una idea alta, tendente alla perfezione. Da questa aspettativa ideale di noi, ne usciamo sempre in maniera negativa. Ci diciamo che siamo imperfetti, non sufficientemente all’altezza, non in grado di.
Abbiamo la fantasia che solo se fossimo perfetti, saremo amati e apprezzati dagli altri. Sentiamo che non possiamo essere amati per quello che siamo, apprezzati a prescindere dai nostri risultati. La prestazione è centrale nelle relazioni. Pensiamo che se siamo bravi, ci vorranno bene. Ci apprezzeranno solo se avremo successo.
L’idea di noi e’ di una persona fragile, non amabile.
Gli altri ci appaiono superiori e noi, rispetto a loro, inferiori. In questa competizione, in cui ne usciamo sempre sconfitti, la nostra attenzione, la nostra capacità di comprensione e di analisi di ciò che ci sta accadendo, si restringe.
Ascoltiamo selettivamente solo le valutazioni negative che gli altri ci fanno, mentre scartiamo e dimentichiamo automaticamente tutti gli apprezzamenti, tutto ciò che ci dicono di positivo, perché non confermerebbe l’idea negativa che abbiamo di noi.
Andiamo incontro a degli errori cognitivi.
Giungiamo a delle conclusioni senza averne le prove, ad esempio, un collega è uscito dalla stanza mentre stiamo parlando e pensiamo che l’abbia fatto perché gli dava fastidio ciò che stavamo dicendo. Crediamo di sapere con certezza quello che gli altri pensano e il motivo per cui agiscono in un certo modo.
Esageriamo nel valutare le nostre mancanze, ad esempio, pensiamo di essere andati malissimo ad un esame quando invece ci siamo bloccati solo due volte. Un filtro mentale ci fa ricordare solo le incertezze.
Minimizziamo le nostre qualità poiché pensiamo di valere poco, non cominciamo a parlare perché pensiamo che le persone pensino che ciò che diciamo non sia interessante.
Ci consideriamo responsabili di tutto ciò che accade, ad esempio, il professore è nervoso perché noi non abbiamo studiato bene il suo libro. Tendiamo a collegare a noi stessi le azioni degli altri.
Abbiamo un pensiero tutto/nulla, on/off, bianco/nero, giusto/sbagliato, ad esempio, e’ sufficiente che sbagliamo qualcosa per pensare che tutto sia andato male.
Ci diamo delle etichette o ci hanno dato delle etichette, ad esempio, se ci hanno detto da bambini che non eravamo bravi in matematica, lo penseremo anche da adulti evitando di confrontarci con i calcoli. Il nostro giudizio rimane rigido e immodificabile.
Ipergeneralizziamo i singoli eventi. Se un amico non ha riso alla nostra battuta, pensiamo che nessuno ci trova simpatici.
Con l’aiuto dello psicoterapeuta, sarà importante capire dove abbiamo imparato a giudicarci, a criticarci, a vederci inferiori agli altri. Apprenderemo degli esercizi per calmare la nostra ansia e le nostre sensazioni somatiche connesse alla paura.
Proveremo a sperimentare gradualmente le situazioni temute, in modo tale da creare nuove memorie che si sovrappongono a quelle negative, dove possiamo dirci che siamo capaci di affrontare le situazioni e in grado di regolare l’ansia.