L’arrivo di nostro figlio, le sue richieste di accudimento e l’aumento delle responsabilità associate all’essere diventati genitori, il bisogno di conciliare più ruoli contemporaneamente, la perdita di libertà, possono favorire la riattivazione delle nostre storie di attaccamento (quando eravamo bambini e chiedevamo aiuto ai genitori) nel momento in cui accudiamo nostro figlio. La nostra storia di attaccamento dà forma alle risposte di vicinanza, di conforto e di aiuto nei suoi confronti.
Nella nostra coppia genitoriale potremo darci un buon sostegno reciproco quando ci sarà un equilibrio tra la capacità di chiederci aiuto (attaccamento ) e la capacità di offrirci aiuto (accudimento) rispetto alle difficoltà che stiamo vivendo.
Quando nella relazione non riusciamo a riparare i momenti di incomprensione che abbiamo con nostro figlio possiamo chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta.
Il lavoro di psicoterapia ha come obiettivo quello di migliorare la connessione emotiva tra noi genitori e nostro figlio, partendo dalle nostre reazioni interne ai suoi comportamenti che ci creano malessere. Insieme andremo a riflettere su:
“quando mio figlio si comporta così…(ad esempio, è oppositivo)…io penso di essere/ non avere…..(ad esempio, non avere valore, di essere incapace, fallito), io provo….. (ad esempio, un senso di impotenza)….., io mi sento….. (ad esempio, rifiutato)…..”.
Il comportamento di nostro figlio che abbiamo difficoltà a gestire, rievoca una convinzione negativa su di noi e una emozione che abbiamo già vissuto nel passato.
Questa riattivazione può creare nella nostra mente un black-out per il sovrapporsi di emozioni che ci impedirà di gestire con sicurezza la relazione.
Con l’aiuto dello psicoterapeuta, metteremo insieme presente e passato. Capiremo come ci fa sentire la difficoltà di nostro figlio, ad esempio, se va male a scuola o non riesce a dormire da solo, se questo suo comportamento ci fa sentire falliti, incapaci, inadeguati, che non abbiamo il controllo. Proveremo a raccontare quando, nel nostro passato ci siamo sentiti, nello stesso modo, incapaci, impotenti o falliti o se abbiamo visto un nostro familiare reagire in modo passivo ed impotente o che perdeva la pazienza, agli eventi della vita.
Potremmo perdere il controllo del nostro comportamento e diventare aggressivi, oppure diventeremo sottomessi e reprimeremo la nostra rabbia, sentendoci colpevoli per non saperlo accudire. La collera o la resa permettono di non ri-sperimentare l’impotenza, il fallimento, la sconfitta, il senso di inadeguatezza vissuti nel passato e ci proteggono da quel dolore provato quando eravamo figli.
Ci domanderemo cosa pensiamo di negativo su di noi quando perdiamo il controllo con nostro figlio. Una paura molto frequente in noi genitori è quella di essere come i nostri genitori, di assomigliare a nostra madre e a nostro padre dopo che per tanti anni abbiamo tentato di mettere una distanza da loro.
Le nostre ferite ancora aperte, possono creare una “nebbia”, che impedisce di vedere e dare significato ai suoi comportamenti.
Lo psicoterapeuta chiederà a nostro figlio se ci chiede aiuto. La possibilità e la modalità di chiedere aiuto al genitore è la cartina di tornasole della nostra relazione. Capiremo perchè non chiede aiuto o se viceversa chiede aiuto in maniera esagerata, quali sono le convinzioni negative che ha su di se’ e le sue aspettative negative su di noi.
Una premessa fondamentale: le difficoltà che noi genitori possiamo avere nello stare vicino a nostro figlio è la conseguenza della storia che abbiamo vissuto. Non è mia intenzione colpevolizzare noi genitori, ma piuttosto dare una certezza, che se ci fidiamo a farci aiutare, possiamo rompere le catene emotive invisibili di vissuti di impotenza, di rabbia, di resa, di disvalore, che legano i figli ai genitori.
Nostro figlio non eredita solo in nostri geni ma anche la nostra storia.