Anoressia&Bulimia: quando il cibo ci aiuta

Se manifestiamo un disturbo alimentare significa che per noi il cibo ha una funzione autoterapeutica. Il cibo serve a gestire e dare sollievo ad uno stato di intensa sofferenza, anche se poi si rivela un aiuto illusorio e limitato nel tempo. Proviamo un disperato bisogno di fermare a tutti i costi delle emozioni e dei ricordi che erano pericolosi provare o rievocare nel passato e che grazie al cibo teniamo distanti dalla nostra mente nel presente.

Le radici dei disturbi alimentari affondano nel nostro passato, nella storia della nostra infanzia segnata spesso da traumi, intrusione genitoriale, abuso psicologico e trascuratezza emotiva (vedi primi post sulle relazioni di attaccamento). A volte abbiamo sentito una sintonia con i nostri genitori altre volte questa intesa si perdeva per le critiche che ci venivano rivolte. Abbiamo sentito una intrusivita’ da parte dei genitori nella nostra vita, una lamentosita’ che ci colpevolizzava o sentivamo delle aspettative eccessive.

I principali disturbi alimentari sono l’anoressia, la bulimia e il binge eating ( Sui criteri per fare una diagnosi di anoressia e bulimia vedi finestra. Sul binge eating ho già scritto un post).

L’esordio dei disturbi alimentari può essere legato ad eventi di vita stressanti come una rottura sentimentale, ai cambiamenti fisiologici dovuti allo sviluppo puberale, la morte di una persona importante, una malattia, una crisi familiare. Tutti eventi che vanno a destabilizzare la nostra poca capacità di far fronte alle emozioni, a minare la nostra autostima, ad aumentare le difficoltà relazionali.

Quando soffriamo di anoressia/bulimia, il corpo diventa un metro attraverso cui giudicare la nostra amabilità, la nostra adeguatezza, il nostro valore personale. 

Abbiamo la convinzione che per essere accettati e amati dobbiamo essere perfetti. Perfetti nella forma fisica, nello studio, nel lavoro, nello sport. Il cibo e la forma fisica perfetta permettono di sentirci efficaci e di ottenere il riconoscimento del proprio valore. Abbiamo bisogno di un giudizio esterno per sentirci validati.

Possiamo aver avuto un condizionamento familiare, quando il corpo, il peso, hanno ricevuto una particolare attenzione e quando il contesto sociale e culturale hanno enfatizzato il valore della bellezza fisica. 

Abbiamo una percezione dismorfofobica del nostro corpo; ci vediamo grossi e brutti anche quando siamo molto magri e con fattezze regolari. 

Sentiamo un forte legame tra valore personale e immagine corporea. Ignoriamo o sottovalutiamo le sensazioni fisiche piacevoli mentre riversiamo una attenzione esclusiva alle sensazioni sgradevoli provenienti dal corpo.

Andiamo alla ricerca di emozioni positive attraverso il vomito autoindotto, l’esercizio fisico intenso al fine di cercare sollievo dalle emozioni negative che non vogliamo provare ( su vomito autoindotto e intenso esercizio fisico vedi finestra).

Dalle prime esperienze relazionali NON abbiamo imparato a comprendere, a regolare, a riconoscere le emozioni che viviamo (paura, tristezza, vergogna, rabbia, gioia) e ad individuare i nostri bisogni (di vicinanza fisica ed emotiva, di riconoscimento, di protezione).

Dalle esperienze con i genitori abbiamo imparato che non ci possiamo fidare degli adulti, che le lacrime e la rabbia vengono punite, che il bisogno di vicinanza può essere pericoloso. Pensiamo che tutto questo sia a causa nostra, perché non siamo amabili, non valiamo, siamo inadeguati.

La convinzione negativa di noi stessi di non essere amabili, di valere poco e di non essere capaci può portare a pensare secondo due modalità opposte :

– di non essere in grado di sostenerci da soli e di avere sempre bisogno della conferma e dell’aiuto dell’altro

– di dovercela fare sempre da soli ed evitare di manifestare bisogni di vicinanza, perché se lo facessimo gli altri se ne approfitterebbero. 

L’aspettativa è che l’altro, prima il genitore, poi il partner, l’amico, il collega, sia inaffidabile, ambiguo, giudicante, rifiutante, indifferente. 

Per non sentirsi invasi da questi pensieri automatici ( di percepirsi o essere percepiti come inadeguati, con relativa conseguenza di essere emarginati o giudicati) troviamo come soluzione, il controllo. Controllando il cibo, dominiamo e monitoriamo qualsiasi aspetto della nostra vita quotidiana, le forme fisiche, le emozioni e i pensieri.

Tutte le volte in cui non riusciamo a mantenere il controllo, ci sentiamo perdenti, imperfetti e non degni di valore. Solo la perfezione corporea ci permette di sentire un soddisfacente livello di autostima.

Quando invece riusciamo a rispettare le regole che ci siamo imposti, come la restrizione alimentare e l’attività fisica, proviamo un senso di orgoglio per la nostra capacità di autocontrollo, sul cibo e sul corpo. L’orgoglio permette di colmare il nostro senso di inadeguatezza e la vergogna.

Purtroppo l’orgoglio ci rende anche oppositivi alla cura. Infatti solo una piccola percentuale di noi chiede aiuto ad un professionista. Non riteniamo un problema il nostro rapporto con il cibo perché la perdita di peso ci fa sentire meglio, più magri, più belli, più sicuri di noi ( vedi finestra Trattamento dei disturbi alimentari).

Quando il bisogno del controllo diventa assoluto e inflessibile è inevitabile che ci siano momenti in cui non riusciamo ad attenerci alla dieta, all’essere sempre perfetti. Questi momenti provocano disgusto, colpa, vergogna, paura. Proviamo una grande delusione, un senso di inadeguatezza e di fallimento.

Il disgusto si esprime attraverso il disprezzo verso la forma del corpo, considerata brutta e imperfetta. Il passaggio dal corpo alla persona è tutt’uno. Non solo il corpo, ma noi siamo imperfetti, brutti e inferiori. Il passo successivo è il giudizio dell’altro. Una cattiva immagine di noi ci espone al giudizio negativo e alla paura di essere rifiutati e umiliati a causa delle nostre caratteristiche fisiche. La vergogna per il nostro corpo e per il giudizio negativo degli altri, ci spinge ad allontanarci da questi pensieri attraverso il controllo o le abbuffate. Dopo la minima trasgressione alimentare o dopo una abbuffata sopraggiunge il senso di colpa per non aver rispettato le regole che ci siamo imposti. 

La restrizione alimentare porta il nostro corpo in uno stato fisiologico di chetosi che ci fornisce una quantità di energia aggiuntiva, per questo riusciamo ad allenarci per ore in palestra. Questa energia aumenta la sensazione di potere e controllo sulle emozioni e i pensieri negativi. E’ per questo motivo che siamo delle persone molto restie ad abbandonare il nostro disturbo alimentare.  

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Immagine di Dottoressa Simona Di Giovanni

Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Condotte di eliminazione del cibo

E’ bene sfatare alcune credenze.

Il vomito non aiuta ad eliminare le calorie ingerite e quindi la perdita di peso perché in esso ci sono solo la metà delle calorie ingerite dalla abbuffata. 

I lassativi non favoriscono lo smaltimento delle calorie ingerite in quanto agiscono sull’intestino crasso mentre l’assorbimento delle calorie avviene in quello tenue. 

I diuretici sono molto pericolosi e non favoriscono la perdita di peso perché agiscono sul bilancio idrico e non sulle calorie assunte. Inducono solo una  momentanea perdita di peso. 

L’intenso esercizio fisico viene considerato tale quando assorbe molto tempo, riducendo il normale svolgimento delle altre attività giornaliere e sociali.

Le conseguenze mediche a cui andiamo incontro se manteniamo per un tempo prolungato una restrizione alimentare importante o adottiamo condotte di eliminazione del cibo possono essere molto gravi fino ad arrivare alla morte.

Le principali complicazioni mediche sono:

danni cardiopolmonari

danni renali

alterazioni metaboliche

disturbi gastro-intestinali

danno alle ossa (osteoporosi), alla pelle

arresto della crescita e dello sviluppo puberale

danno al sistema endocrino e riproduttivo.

Proprio per le gravi conseguenze del mal nutrimento è indispensabile un intervento globale che riguardi l’aspetto medico, dietetico e psicologico. 

Trattamento dei disturbi alimentari

A causa delle gravi conseguenze del mal nutrimento sul nostro corpo e’ indispensabile un trattamento che riguardi l’aspetto medico, dietetico e psicologico.

Per prima cosa, affidandoci ad un professionista dovremmo capire l’entità del disturbo alimentare, se lieve, moderato o intenso e la durata del disturbo, se siamo all’esordio o se e’ cronicizzato nel tempo.

Essendo l’anoressia e la bulimia due disturbi che riguardano la mente e il corpo e’ indispensabile un approccio multidisciplinare. Esistono centri specializzati nei disturbi alimentari, dove è possibile ricevere un trattamento interdisciplinare. Le figure competenti sono l’internista, l’endocrinologo, il nutrizionista, lo psichiatra, lo psicoterapeuta. 

Il pensiero ossessivo sul cibo è la nostra strategia di sopravvivenza, una forma di evitamento emozionale, un modo per non stare in contatto con emozioni, pensieri, ricordi che percepiamo come pericolosi. Per questo è molto difficile per noi liberarci dal rimuginio.

Molto spesso questo vantaggio non viene compreso dalle persone che ci sono attorno ed è il motivo per cui, nonostante tutte le conseguenze negative dell’anoressia e bulimia, manteniamo a tutti i costi il disturbo alimentare. 

Il cibo ci aiuta a fuggire dalle emozioni e dai ricordi pericolosi, tanto che abbiamo grosse difficoltà a richiamare alla mente eventi passati, se decidiamo di fare una psicoterapia. Spesso i nostri ricordi non sono espressi verbalmente ma in molti altri modi.

La tensione che avvertiamo nel nostro corpo, la nostra irrequietezza, i nostri pensieri accelerati, i nostri impulsi, la sensazione di sentirci sopraffatti, le nostre autocritiche, l’anticipazione del giudizio negativo degli altri, la nostra ansia, la rabbia sono la prova, l’eredità delle nostre esperienze negative e pericolose passate e che vengono ri-attivate nelle nostre relazioni attuali (vedi i primi tre post sulle relazioni di attaccamento).

I colloqui di psicoterapia hanno come obiettivo:

  • riconoscere gli eventi (trigger) che attivano in maniera automatica i nostri pensieri, le nostre sensazioni fisiche ed emotive negative. 
  • scoprire la funzione positiva che il controllo del cibo ha nel fermare e contenere queste sensazioni negative (il digiuno ci intorpidisce, la sensazione di controllare l’impulso della fame ci fa sentire forti e potenti)
  • individuare il ciclo di astinenza /ricaduta. Ogni volta che raggiungiamo il controllo sul cibo e ci sentiamo al sicuro, un diluvio di sentimenti di irritabilità, ansia, essere sopraffatti, vulnerabilità, che non sappiamo ricondurre ad una causa, ci spinge a restringere ancora di più l’alimentazione o ad abbuffarci.
  • riconoscere le nostre sensazioni fisiche ed emotive che spingono a comportamenti impulsivi. Imparare a calmarci attraverso tecniche corporee, per poter mantenere attiva la parte del nostro cervello che ci aiuta a comprendere, ad essere curiosi, a ricordare il nostro passato. Tutto questo migliora il nostro senso di autoefficacia.
  • collegare i nostri pensieri, emozioni e sensazioni fisiche negative ai nostri ricordi passati.  
  • Modificare i pensieri disfunzionali: ridurre il pensiero giudicante verso di noi e verso gli altri, passare dal dover essere perfetti e piacere a tutti al permetterci di poter essere noi stessi e poter sbagliare, imparare a volersi bene.

I criteri standard per una diagnosi di anoressia nervosa e bulimia nervosa

Anoressia Nervosa

I criteri standard per una diagnosi di anoressia nervosa sono:

  • una magrezza estrema (non costituzionale ma volontaria) con rifiuto di mantenere il peso al di sopra di una soglia minima ritenuta normale (anoressico è un soggetto con peso sotto l’85% di quello previsto in base all’età ed all’altezza e/o l’indice di massa corporea (BMI) inferiore a 15,5)
  • una forte paura di ingrassare anche in presenza di evidente sottopeso
  • una preoccupazione estrema per il peso e l’aspetto fisico, che include sia un’alterazione del vissuto corporeo, sia un’importanza eccessiva al peso a scapito dell’autostima, o ancora il rifiuto di ammettere la gravità delle proprie condizioni fisiologiche,
  • il non essere soddisfatti del proprio corpo (costituisce il fattore di rischio più elevato)
  • nei pazienti di sesso femminile, amenorrea (sospensione del ciclo mestruale) da almeno tre cicli consecutivi dopo il menarca. Il disagio psicologico può esprimersi attraverso l’ansia o la depressione.

E’ possibile individuare due sottotipi di anoressia nervosa:

  • restrittivo
  • con condotte di eliminazione (quali vomito autoindotto, uso di lassativi, diuretici o clisteri)

     

 

Bulimia Nervosa 

Clinicamente la bulimia è denotata da episodi in cui il soggetto sente un bisogno compulsivo di ingerire spropositate quantità di cibo, correlati da una spiacevole sensazione di non essere capace di controllare il proprio comportamento. 

Colpisce prevalentemente soggetti di sesso femminile (90%).

Generalmente compare attorno ai 12-14 anni o nella prima età adulta (18-19 anni).

I criteri diagnostici sono:

  • ricorrenti abbuffate
  • il consumo di una grande quantità di cibo
  • la sensazione della perdita di controllo
  • comportamenti compensatori: il vomito autoindotto (che può essere provocato anche dopo un qualsiasi cibo) l’assunzione di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci tiroidei, il digiuno ed eccessivo esercizio fisico
  • frequenza: perché si possa diagnosticare la bulimia nervosa, le abbuffate e le condotte compensatorie devono manifestarsi almeno due volte la settimana per tre mesi. Ciò implica una dipendenza.
  • preoccupazione smisurata per le forme corporee e il peso: l’autostima viene decisamente influenzata dalle forme e dal peso corporeo, si sente l’esigenza di seguire sempre una dieta ma si ha, nonostante ciò, il terrore costante di ingrassare.

Può verificarsi:

  • con condotte di eliminazione, che vede il soggetto ricorrere regolarmente a vomito autoindotto oppure all’uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi
  •  senza condotte di eliminazione, che vede il soggetto bulimico adottare regolarmente comportamenti compensatori inappropriati (digiuni o/e intensa attività fisica), ma non dedicarsi al vomito autoindotto o all’uso di lassativi, diuretici o enteroclismi.

Gli episodi bulimici possono essere scatenati da alterazioni dell’umore, stati d’ansia o stress. In alcuni casi gli episodi bulimici possono anche essere programmati anticipatamente.

Tratto da Associazione per l’EMDR in Italia www.emdr.it