Il nostro cervello valuta automaticamente la sicurezza o il pericolo di ogni situazione che viviamo, comparandola con l’esperienza passata attraverso un riflesso di orientamento innato. Questa “abitudine di orientamento” si basa sul presupposto inconsapevole che il futuro sarà uguale al passato e se il futuro sarà come il passato, noi saremo più preparati ad affrontare le situazioni presenti.
Dalle prime relazioni con i genitori abbiamo imparato delle convinzioni su di noi e sull’altro, che orienteranno i nostri comportamenti e che saranno valide anche nel presente, da adulto, nelle situazioni in cui ci sentiamo in difficoltà.
Le convinzioni negative generalmente si formano o perchè siamo stati apertamente criticati e giudicati o per superare il senso di impotenza che vivevamo nei confronti di ciò che era impossibile cambiare ovvero l’atteggiamento dei nostri genitori durante l’infanzia e successivamente delle altre persone importanti per noi. Il pensare che “ è colpa nostra, che non siamo capaci a chiedere aiuto, che non siamo all’altezza per suscitare il loro interesse” serve a darci un potere, una possibilità che, se ci impegniamo, possiamo controllare ciò che viviamo e guadagnare la vicinanza con i nostri genitori e gli altri.
Al contrario, possiamo ottenere un controllo delle relazioni evitando una vicinanza, se penseremo che “non possiamo fidarci di nessuno, che non siamo al sicuro se siamo vulnerabili, se amiamo, se dipendiamo dagli altri, se non otteniamo ciò che vogliamo, se proviamo sentimenti” ecc.
Le convinzioni su di noi e sugli altri vengono percepite come verità e possono tenerci prigionieri del passato, perchè impongono il vecchio significato alle nuove esperienze.
Esperienze passate caratterizzate da convinzioni negativi su di noi o da particolari emozioni possono orientarci verso relazioni o letture delle situazioni, che sembrano confermale. Questa propensione può al tempo stesso renderci incapaci di assimilare informazioni a supporto del contrario.
Possiamo diventare iperattenti a tutti i segnali che confermino il modo in cui ci siamo sentiti nel passato, come ad esempio, credere che non ci si può fidare di nessuno. Potremo sentirci criticati anche quando staremo insieme a persone che ci sostengono.
Gli episodi traumatici creano delle situazioni di falso allarme e mantengono sempre in allerta il sistema di protezione da una possibile minaccia. Le aree della corteccia cerebrale, che dicono “non c’è nessuno che ti vuole criticare”, non riescono a calmare le aree sottocorticali, deputate alle emozioni, che gridano “allarme, svalutazione in arrivo”. La conseguenza sarà quella di sentirci sempre in allerta, pronti a difenderci dalle critiche che ci hanno ferito in passato, anche in assenza di un reale pericolo.
Le situazioni che ci mantengono in uno stato di allerta, a noi già noto, possono essere svariate e stimoli sempre più lievi, per effetto della generalizzazione, possono attivare i circuiti neuronali legati alla paura.
Se abbiamo vissuto emozioni di vergogna e di svalutazione, potremo orientarci verso persone o situazioni che “rappresentano la prova” della nostra indegnità o inadeguatezza. Se scegliamo ripetutamente partner sbagliati, potremo scoprire di aver evitato potenziali partner con caratteristiche positive tanto agognate, per orientarci invece verso un partner che possiede le stesse caratteristiche dei genitori, con i quali abbiamo vissuto relazioni di attaccamento inadeguate.
Al contrario, la nostra attenzione potrà concentrarsi sulla paura e il conseguente evitamento delle situazioni e delle persone, dalle quali abbiamo appreso una idea negativa di noi. Se ci siamo sentiti inferiori nelle relazioni con i genitori, potremo superare la vergogna provata, scegliendo relazioni verso le quali sentire di avere una posizione dominante, disprezzando la persona accanto a noi .
Sarà importante, attraverso il lavoro psicoterapeutico, diventare sempre più consapevoli delle convinzioni su di noi, delle emozioni correlate e della funzione di sopravvivenza che hanno avuto in passato per gestire le emozioni di paura, tristezza, rabbia, le sensazioni di colpa e di impotenza che vivevamo, al fine di mantenere la vicinanza con i nostri genitori.
Nel presente, si riattivano memorie dolorose della nostra infanzia e per non ri-sperimentare le stesse emozioni e sensazioni, si crea nella nostra mente un blackout, l’attenzione si riduce e non riusciamo più a comprendere i nostri stati d’animo, i nostri pensieri e quelli dell’altro.
Con l’aiuto dello psicoterapeuta, quindi, una volta compreso come ci sentiamo nei confronti di una situazione o di un determinato comportamento dell’altro, cosa ci diciamo di negativo su di noi, collegheremo il presente al passato e daremo una risposta alla domanda: quando ci siamo sentiti nello stesso modo nel passato.
Le critiche del nostro capo nell’ambito lavorativo, del nostro partner, di nostro figlio, dei nostri familiari o amici, possono, ad esempio, riattivare, senza esserne consapevoli, sensazioni legate al passato, di quando venivamo svalutati e potremmo reagire con rabbia o arrenderci facilmente, come se il pericolo vissuto nel passato fosse ancora presente, se i ricordi del passato non sono stati elaborati (vedi post Trauma e EMDR).