Spesso, oggi, quando nasce un bambino, prima di vedere un volto umano, vede un mezzo tecnologico, ovvero un telefonino che lo riprende e il filmato del parto potrà essere condiviso in rete. Quando le nostre emozioni sono molto intense, registrare ciò che stiamo vivendo, mette un filtro, uno schermo tra noi e ciò che le scatena, per attenuarne l’impatto. Nel tempo, continueremo a condividere le nostre foto e quelle dei nostri figli, senza pensare ai rischi dell’uso che malintenzionati possono fare di queste immagini in rete (vedi sharenting, social network).
L’esposizione ai device è molto precoce. Anche durante l’allattamento, poiché magari è il primo momento di tranquillità, rispondiamo ai messaggi, distraendoci dal guardare nostro figlio, riducendo così quella sintonizzazione affettiva che è il precursore dell’empatia e della capacità di regolare le nostre emozioni, positive e negative, come la paura, la rabbia la tristezza.
Dai primi mesi di vita di nostro figlio, gli forniamo un device come un ciuccio digitale, che nei momenti di frustrazione sederà il suo pianto. Nostro figlio imparerà che per calmarsi ha bisogno di un oggetto esterno, un telefonino. Non sarà quindi la relazione con noi, il nostro contatto fisico e l’incontro dei nostri sguardi, a sedare il suo stato emotivo. Questa precoce associazione tra i suoi stati emotivi negativi e il device potrà creare nel tempo, sostenuta come vedremo dopo anche da specifiche condizioni fisiologiche, una condizione di dipendenza. Nostro figlio non imparerà a tollerare la frustrazione dell’attesa, la noia, l’ansia, ad osservare l’ambiente attorno a lui. Spesso non siamo consapevoli di tutto questo e siamo compiaciuti per le abilità precoci che mostra con la tecnologia.
Viviamo in un mondo che è stato stravolto dall’avvento della tecnologia. È importante non demonizzarla perché tutti noi la utilizziamo ma è molto importante conoscerne i rischi. I nostri figli sono nativi digitali, hanno un accesso immediato e diretto con la tecnologia ma non hanno le competenze cognitive ed emotive per gestirla. È importante che noi genitori, immigrati digitali, aiutiamo loro a proteggersi dai rischi della rete, sforzandoci, anche se non abbiamo le competenze, di stargli accanto e di comprendere il loro linguaggio digitale. In questo post troverete alcune attività che si possono compiere in rete.
Accanto alle tradizionali dipendenze, da sostanza o da alcol, sono sorte nuove dipendenze, più o meno recenti, quali, quelle dal gioco d’azzardo, da shopping, dal lavoro, dalle tecnologie, relazionali, alimentari, da esercizio fisico. L’idea è che ci sia un’unica sindrome di dipendenza, che può avere espressioni molto diverse ma tutte hanno la stessa funzione, quella di anestetizzare la sofferenza psicologica.
Tutte le dipendenze presentano caratteristiche comuni, quali:
- la compulsività, che non ci permette di resistere a non connetterci;
- il piacere o sollievo durante la connessione e la conseguente sensazione di perdita di controllo;
- la persistenza del comportamento nonostante le conseguenze negative;
- la tolleranza per cui la “dose”, ovvero la quantità di ore di connessione, non ci basta più e dobbiamo aumentarla per ottenere lo stesso effetto calmante o eccitante;
- i sintomi di astinenza, per cui saremo aggressivi verbalmente e/o fisicamente se non ci connettiamo;
- le ricadute, che non ci permettono di smettere pur volendo ridurre la connessione (vedi disturbo da gioco su internet, videogiochi e dipendenza, sindrome da vibrazione fantasma, nomofobia, Internet Addiction Disorder (IAD)).
La dipendenza dagli oggetti tecnologici si instaura fondamentalmente per tre motivi:
1. risponde e soddisfa il bisogno primario che abbiamo di connetterci agli altri;
2. calma i nostri stati emotivi negativi;
3. risponde ad una motivazione organica.
1. Tra i nostri bisogni fondamentali, quello dell’appartenenza sociale, riveste una grande importanza. Il sentirci collegati agli altri è necessario per il nostro benessere. Quindi, se nostro figlio manifesta una dipendenza dalla tecnologia, possiamo ridurre il numero di device a sua disposizione ma non possiamo isolarlo totalmente dal gruppo dei pari.
2. La dipendenza si instaura anche perché abbiamo imparato fin da piccoli che un determinato comportamento ripetuto (sostanza, cibo, shopping, tecnologia, ecc) ha la capacità di ridurre le nostre emozioni negative (come ansia, umiliazioni, convinzioni negative su di noi: “non valgo”, “non sono accettato”, ecc) e contemporaneamente intensifica ed esalta stati positivi, ovvero convinzioni positive su di noi e sul mondo (“sono forte”, “valgo”,”sono invincibile”).
La dipendenza dalla tecnologia, come per le altre dipendenze, è funzionale ad allontanare il dolore dell’attaccamento ovvero le emozioni e le convinzioni di noi stessi negative che abbiamo vissuto in famiglia o sintomi post-traumatici che stiamo vivendo per eventi traumatici, ferite psicologiche relazionali, provocate da eventi esterni alla famiglia.
Se nostro figlio non si sente accettato dal gruppo dei pari potrà pensare di superare le convinzioni negativa su di sé, “sono sbagliato”, “sono inferiore”, “sono in pericolo”, utilizzando la rabbia, con comportamenti di prepotenza e violenza, che lo faranno sentire superiore (vedi cyberbullismo, body shaming, zoombombing, revenge porn, sextortion) oppure ricercando una popolarità che gli permetterà di sentirsi importante, utilizzando il proprio corpo a fini sessuali (vedi sexting, gromming on-line). Se il nostro adolescente vive nelle relazioni affettive un senso di impotenza potrà provare ad allontanarsi da questa sensazione, controllando il suo corpo, sottoponendosi, ad esempio, a diete ferree (vedi fenomeno pro ana).
La dipendenza dalla tecnologia ci permette di dissociarci, di distaccarci dal non sentire ciò che c’è attorno a noi, da ciò che succede in famiglia e dal dolore che proviamo dentro di noi (vedi comportamenti di autolesionismo, videogiochi).
Sarà fondamentale comprendere le funzioni positive della dipendenza, perché da una parte, la tecnologia permette di non pensare e quindi dovremo capire quali pensieri o stati d’animo nostro figlio o noi, vogliamo evitare e dall’altra, grazie alla tecnologia, otteniamo sensazioni e cognizioni positive su di noi, come, il sentire di appartenere ad un gruppo, il sentirsi importante, il sentire di avere il controllo sulle nostre emozioni, ecc.
3. Per comprendere la dipendenza dobbiamo fare riferimento all’azione cerebrale che la sostiene e al funzionamento del cervello dell’adolescenza, età più tipica in cui si instaura la dipendenza.
È fondamentale sapere che i nostri adolescenti hanno un livello di dopamina più basso rispetto ad altri periodi di vita. La dopamina è un neuro trasmettitore prodotto dal cervello. Un suo valore basale basso, come accade in adolescenza, produce una sensazione di noia mentre i comportamenti che producono sensazioni forti, eccitazione, sfide, ci espongono ad un grande piacere, perchè rilasciano immediatamente una grande quantità di dopamina.
La tecnologia, le attività estreme, così come tutte le sostanze che creano dipendenza (zuccheri, cocaina, anfetamina, morfina, eroina, alcol, nicotina) immettono una grande quantità di dopamina nelle aree cerebrali deputate alle sensazioni di gratificazione e piacere, rinforzandone la ricerca.
Le attività che rilasciano e incrementano dopamina a livello cerebrale vengono ricercate sempre di più. Quindi i nostri adolescenti sono spesso consapevoli dei pericoli, possono conoscerli ma decidere ugualmente di compiere un’azione, perché la gratificazione che ne deriva, per l’aumento della dopamina di cui sono carenti, è superiore alla consapevolezza dei rischi (vedi selfie estremi e challenge).
Altri aspetti da conoscere sul funzionamento del cervello in età adolescenziale sono che:
- l’area cerebrale più sviluppata, più matura a questa età è quella legata all’ area limbica, dove hanno origine le emozioni e il bisogno alla gratificazione e alla ricompensa immediata. Questa area cerebrale fisiologicamente iperattivata in questa età, condiziona tre aspetti tipici nell’adolescente, ovvero la ricerca della novità, la sperimentazione del rischio e della trasgressione e l’interazione tra i pari. Tre caratteristiche degli adolescenti che spesso, però, fanno andare fuori controllo noi genitori.
- l’area della corteccia cerebrale prefrontale che dovrebbe frenare l’iperattività dell’area limbica-emotiva è invece immatura in questa età, infatti arriva a maturazione solo attorno ai 20 anni. Quando questa area è matura ci permette di avere un pensiero critico, di valutare e prevedere i rischi dei nostri comportamenti, di pianificare obiettivi raggiungibili e realistici, di valutare le decisioni e regolare i nostri impulsi e le nostre emozioni.
Quindi, a causa dell’immaturità dell’area prefrontale cerebrale e della carenza di dopamina, nostro figlio adolescente è fisiologicamente più portato a dare priorità agli aspetti emotivi e meno a quelli cognitivi, razionali ed è per questo che dovremmo essere noi genitori a fornirgli quel “lobo” di corteccia prefrontale di cui è biologicamente carente per aiutarlo a riflettere, a pensare, a programmare i comportamenti, a valutare i pro e i contro e individuare le strategie migliori per realizzare l’obiettivo prefissato e guidarlo verso attività, alternative alla tecnologia, che creano la scarica di dopamina di cui ha bisogno, come lo sport, esperienze di volontariato, attività di wellness, attività espressive.
Conoscere questi aspetti della fisiologia cerebrale dell’adolescente è importante per:
- ridurre le continue critiche a cui sottoponiamo nostro figlio per la sua incapacità a programmare le sue attività e per i suoi insuccessi scolastici. Le nostre critiche hanno solo la conseguenza di chiudere il dialogo tra noi e nostro figlio e di umiliarlo con la conseguente idea di sé di valere poco, di sentirsi non essere accettato, che tenderà a superare, disprezzandoci o disprezzandosi.
- pensare che ormai è grande e che può darsi dei limiti in maniera autonoma. Abbiamo visto, invece, che l’attrazione verso le attività pericolose, sempre più connesse alla tecnologia è fisiologica. Dovremo, quindi, non stancarci a cercare un dialogo, affinché ci possa chiedere aiuto, per comprendere la funzione positiva della dipendenza rispetto alle sue emozioni e ai suoi pensieri, essere curiosi sulle attività che svolge in rete per capire perchè sono importanti per lui, costruire dove possibile una rete con le famiglie degli amici.
- concordare delle ore della giornata nelle quali astenersi dall’utilizzo della tecnologia, sostituendole con attività ludiche, di wellness, espressive, da svolgere insieme. L’utilizzo eccessivo della tecnologia, soprattutto quando i collegamenti sono notturni con la conseguente perdita del sonno e inversione del ciclo sonno-veglia, possono provocare, in presenza di una predisposizione genetica, una sintomatologia simile a convulsioni, disturbi dell’apprendimento, ADHD, allucinazioni, secondari alla dipendenza.
L’unica arma che abbiamo a disposizione è il ripristinare una vicinanza emotiva e fisica. E’ una sfida costante che non possiamo perdere. Se riusciremo a chiedere un aiuto psicologico, potremo capire cosa accade nella relazione con nostro figlio: cosa ci diciamo di negativo su di noi nei confronti dei suoi comportamenti che ci fa perdere il controllo, come sintonizzarci sulla sua mente, come dare un significato alla dipendenza, ai suoi silenzi o alla sua rabbia e come esprimere a parole, le sue emozioni e le convinzioni negative che ha su di sè.
Pensare che basti controllare il suo telefono può essere un errore, perchè, come sappiamo, è possibile cancellare la cronologia dei siti visitati, assumere falsi profili, avere più account, differenti SIM, così come, spesso, è falsa l’idea che nostro figlio ha di smettere quando vuole.