Mini serie sulla gestione della conflittualità di coppia e il processo di separazione

Queste puntate ci guideranno verso una convinzione spesso condivisa dagli ex-partner ovvero che la separazione a differenza del matrimonio duri tutta la vita!

 

 

Puntata n.1 I periodo di innamoramento 

Se ci fermiamo a riflettere sulla formazione della nostra coppia possiamo individuare una prima fase di luna di miele cosiddetta di innamoramento. In questo primo periodo tra noi e il partner c’e’ uno specchio che ci fa vedere unicamente gli aspetti dell’altro che sono utili a darci un’immagine bella e desiderata di noi. Tutti gli altri aspetti non li vediamo. 

Il partner rispecchia una caratteristica che abbiamo e che viene rinforzata o una caratteristica che non abbiamo ma che vorremmo avere. Stando vicino a quel partner con quella caratteristica diventiamo la donna o l’uomo che vorremmo essere. Come se adottassimo i pregi che vediamo nel partner e che vorremmo avere. Se ci innamoriamo dell’intelligenza o dell’autorità che ha il partner e’ come se acquistassimo anche noi le stesse capacità o potere. Nello specchio e’ come se vedessimo solo la nostra immagine arricchita da alcune caratteristiche dell’altro. Questa fase e’ funzionale a vederci come vorremmo o a rafforzare un aspetto della nostra immagine e a non vedere gli aspetti di noi che non ci piacciono.

Dopo un po’ di tempo lo specchio che si frappone tra noi e il partner si trasforma in un vetro attraverso il quale cominciamo a vedere tutte le altre caratteristiche, del partner e nostre. 

Il passaggio dallo specchio al vetro può essere destabilizzante. 

Per gestire queste due nuove immagini, il me e il te, caratterizzate da tutti i loro aspetti sarà necessario uno strumento molto difficile da utilizzare, quello della negoziazione.

La negoziazione è come un occhiale che permette di mettere a fuoco le due immagini, il me e il te, grazie alla montatura degli occhiali, il noi. Senza gli occhiali della negoziazione c’è il rischio di vedere solo un’immagine (o me o te) o di vedere sfocate entrambe (noi senza me e senza te).

La negoziazione può permettere di raggiungere un equilibrio tra gli spazi individuali e quelli condivisi nei diversi compiti e nelle relazioni che la coppia vive: lavoro, figli, famiglie d’origine, amicizie, interessi/passioni. 

Attraverso la negoziazione c’è posto per un senso di appartenenza alla coppia e contemporaneamente c’è posto per il riconoscimento della propria e altrui individualità.

Alcuni esempi di crisi che possono nascere quando manca un confronto reale, una negoziazione tra il me e il te sono:

– quando idealizziamo il nostro partner con l’obiettivo di mantenere un noi mitizzato e mitico. Il noi di coppia definisce il me, come una protesi, a cui non possiamo fare a meno ma che impedisce di esprimerci e di vederci per come siamo realmente. Se lo facessimo avremmo paura di andare incontro alla rottura del noi mitico.  Generalmente accade quando l’unione con il nostro partner ha permesso il superamento di nostre difficoltà, ad esempio, dopo un lutto, un licenziamento, una dipendenza da sostanze. 

Un giorno però può accadere che inaspettatamente scopriamo che il partner ci nasconde un segreto importante oppure potremmo essere noi a tenere nascosta una vita parallela, problematiche economiche, una malattia, delle abitudini sessuali, uno stile di vita, una particolare gestione dell’attività lavorativa, una dipendenza da sostanze o comportamentali, delle convinzioni ideologiche o religiose. Lo svelamento accidentale del segreto comporterà una grande rabbia sia verso il partner che ha tenuto il segreto sia verso noi stessi perché non siamo stati in grado di vedere ciò che ci veniva nascosto. Ci svalutiamo, ci sentiamo in pericolo perché non abbiamo più fiducia nelle nostre capacità di comprendere il partner. 

 – quando abbiamo l’aspettativa, senza esplicitarla, che il partner utilizzi le sue reali caratteristiche, per soddisfare i nostri bisogni.  Si crea una incompatibilità delle aspettative, perchè per soddisfare l’aspettativa del nostro partner dovremmo rinunciare alla soddisfazione dei nostri bisogni. L’incompatibilità è reciproca; anche il nostro partner non può rispondere alla nostra aspettativa, a meno che non rinunci ai suoi bisogni. Se non riusciamo a dichiarare le reciproche aspettative e a confrontarci, proviamo una  grande insoddisfazione, perché i nostri bisogni non vengono appagati e una profonda delusione, perchè il partner ci nega le sue capacità che tante volte,  vediamo offrire ad altre persone. Il reciproco “tradimento” non sfocia in una conflittualità aperta, per la speranza che, prima o poi avvenga un cambiamento o per il timore di una rottura della relazione. L’insoddisfazione spesso viene spostata sulla genitorialità, sui figli, sulle famiglie d’origine.

– quando le nostre richieste esplicite sono espressione del potere che vogliamo esercitare sul partner e impongono una modificazione degli aspetti del noi, del me e del te. Un partner assume una posizione dominante negando qualsiasi tentativo di confronto mentre l’altro sente che nonostante i suoi sforzi a favore della coppia, non riesce a modificare la bilancia del potere. Il risultato è una conflittualità aperta e una rabbia per l’impegno profuso. 

 

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Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Puntata n. 2 Separazione e genitorialità

L’essere genitori, l’impossibilità di esserlo o la scelta di non avere figli può fortificare il nostro legame di coppia o viceversa destabilizzarlo. L’idea che abbiamo di noi stessi, del nostro partner e la gestione del noi di coppia inevitabilmente si trasformerà.

Possiamo cogliere delle caratteristiche sulla gestione del conflitto e la separazione in base all’assenza dei figli e alla fascia d’età dei figli.

La nostra coppia può entrare in crisi se la non genitorialita’ nasce da una disaccordo sul progetto dei figli. Siamo molto arrabbiati e rivolgeremo accuse al partner colpevolizzandolo per il suo mancato impegno in quello che pensavamo, l’avere figli, fosse un progetto implicito.

Anche quando l’assenza dei figli nasce da una impossibilità a procreare, il senso di fallimento per il mancato progetto, i sensi di colpa e la sofferenza per gli insuccessi dei tentativi finalizzati alla procreazione possono ostacolare il superamento della perdita della progettualità e aprire una crisi, che sfocia in una separazione. 

Se la nostra coppia entra in crisi prima ancora di affrontare il progetto della genitorialità, l’assenza dei figli può favorire una separazione in tempi brevi, nel momento in cui le aspettative e le richieste all’altro non trovano una soddisfazione. Altre volte invece, in alternativa alla assenza concordata dei figli, possiamo creare un noi rigido e centrale, che non lascia spazio al me e al te, e nel tempo vivere sentimenti di rabbia, per la perdita e la mancata espressione individuale. 

Le separazioni più frequenti sono quando nostro figlio è molto piccolo fino all’età della scuola elementare. Ci separiamo in questa fase della vita familiare perché non riusciamo a negoziare il noi della coppia con le singole individualità, il me e il te, sia per gli aspetti legati alla crescita del figlio, che su aspetti esterni, quali, il lavoro, le amicizie, le famiglie d’origine. Ci areniamo sulla gestione del potere all’interno della nostra coppia, che impedisce di adattarci ai numerosi cambiamenti che si presentano con la nascita e la prima infanzia del figlio. Quando le due dimensioni, coniugale e genitoriale non si saldano insieme e una prevale sull’altra è inevitabile che emerga una grande sofferenza, che può sfociare anche nella separazione. Avremo difficoltà a portare avanti una genitorialità condivisa, fino ad arrivare alla situazione in cui, solo un genitore si occuperà dei figli. Non essendo riusciti a condividere, a negoziare, pensieri e emozioni su di noi e sui figli quando stavamo insieme, a maggior ragione sarà difficile farlo durante la separazione. Il malessere e il fallimento della coniugalità si sposta sulla genitorialità, che diventa un terreno di scontro, a volte irrinunciabile, perché espressione di tutte quelle aspettative e richieste che, a livello di coppia, non hanno trovato una soddisfazione.

Quando i nostri figli sono pre-adolescenti o adolescenti, le minori incombenze possono far emergere problematiche di coppia irrisolte e sopite dall’impegno più pressante della crescita dei figli piccoli. L’autonomia dei figli lascia spazio ad una maggiore intimità, dalla quale ci eravamo allontanati, focalizzandoci esclusivamente sull’essere genitori. L’insofferenza per il legame vissuto spesso in maniera oppressiva, ora può essere maggiormente espresso e spingerci a riappropriarci di spazi personali, relazionali, lavorativi che avevamo messo in stand by. Possiamo, più o meno esplicitamente, chiedere ai nostri figli adolescenti di schierarsi rispetto alle nostre conflittualità o loro possono sentire il bisogno di proteggerci, sostenendo ora l’uno, ora l’altro genitore. I figli adolescenti possono, attraverso la loro aggressività, evidenziare le nostre fragilità, le nostre incongruenze e gli eccessivi compromessi che abbiamo accettato, pur di non rompere la relazione di coppia.

Un numero sempre più crescente di separazioni coniugali avviene quando i figli sono già fuori casa o si stanno preparando allo svincolo e hanno una loro autonomia affettiva e lavorativa. Il noi genitoriale e’ stato predominante perchè abbiamo dato grande priorità alla buona riuscita familiare, limitando la realizzazione personale. Spesso sono relazioni sbilanciate con una rigida separazione di ruoli, dove un partner ha mantenuto una progettualità individuale mentre l’altro partner si e’ dedicato alla crescita dei figli. Il bisogno di riappropriarci dei nostri spazi o di ampliare la nostra autorealizzazione confligge con il rapporto di coppia. La separazione voluta da un coniuge, porta a chi la sceglie, un senso di dominanza per il nuovo progetto ma anche sensi di colpa e perdita della sicurezza che il legame stabile dava. Il partner che subisce la separazione vive una forte sofferenza, per il rammarico di aver sacrificato la realizzazione personale ma riceve la solidarietà delle persone che la circondano e la sicurezza di una condizione nota. I nostri figli si trovano a confrontarsi con la separazione coniugale, del tutto inaspettata e mettono in discussione le certezze relazionali che hanno caratterizzato la loro crescita. 

Puntata n. 3 Emozioni e pensieri legati alla separazione

La spinta alla decisione di separarci sia che siamo noi a prendere l’iniziativa sia che accettiamo la scelta del partner nasce da una intollerabilità e inaccettabilità dell’immagine che abbiamo di noi e dell’altro, all’interno della relazione di coppia.

Mentre nella fase dell’innamoramento, il nostro partner come uno specchio riflette un’immagine di noi bella, desiderata, auspicata, nel periodo di crisi, il partner ci rimanda un’immagine brutta, deformata, invivibile e l’unica soluzione per recuperare una idea di noi migliore è non stare più accanto al partner. 

La separazione ci fa vivere un tumulto di emozioni intense e caotiche che portano ad una disregolazione emotiva e cognitiva, come se arrivassero nella nostra mente, senza che noi ne avessimo il controllo. All’interno di una stessa giornata viviamo e passiamo rapidamente da una emozione all’altra e da pensieri contrastanti, a volte catastrofici, di fallimento altre volte di onnipotenza.

Per poter sopravvivere alla sofferenza che queste emozioni e pensieri provocano, incominciamo a darci una spiegazione degli eventi legati alla crisi e alla separazione privilegiando un certo tipo di emozione (saremo tendenzialmente arrabbiati o spaventati o tristi) collocate in un determinato tempo.

Possiamo idealizzare o demonizzare il passato provando rimpianti o rimorsi oppure ci concentriamo sul presente cercando soluzioni o accanendoci in infinite contrapposizioni. Ci possiamo concentrare sul futuro come tempo della speranza, della rinascita o della condanna ad una condizione considerata insuperabile. 

Abbiamo bisogno di leggere, di raccontarci la crisi e la conseguente separazione sempre nello stesso modo per rendere più prevedibile questo periodo di cambiamento, per adattarci meglio alla nuova situazione e sentirci più forti nelle nostre reazioni. 

La lettura della crisi e della separazione secondo uno specifico schema su di noi e sul partner , “io sono…, io ho fatto…, il partner è…, il partner ha fatto…”, diventa una mappa, una guida che serve a rendere più prevedibile il comportamento e le risposte frustranti del partner e a poter mettere in atto da parte nostra, delle azioni per proteggerci dall’altro.

La conseguenza molto comune è che ognuno di noi partner ha la propria versione dei fatti e conserviamo e amplifichiamo diversi ricordi, che raramente coincidono. 

La crisi di coppia ci porta a misurarci su un asse verticale, ci sentiamo superiori o inferiori, vincenti o perdenti, forti o deboli.

Il partner può essere idealizzato, svalutato o colpevolizzato e noi possiamo sentirci inadeguati, se rivolgiamo la colpa a noi stessi o vendicativi se siamo arrabbiati con il partner. Di conseguenza, ci può essere o una divisione rigida dei ruoli vittima / colpevole o uno scambio di accuse in continua escalation.

Possiamo vivere la separazione come dolorosa sconfitta se è l’altro ad allontanarsi o orgoglioso trionfo se siamo noi ad aver deciso di separarci. Il sentirci dominanti ha una funzione anestetica, di sollievo rispetto ai più dolorosi sentimenti di perdita. La lotta contro l’altro ci aiuta a superare la tristezza, l’ansia per il nuovo percorso senza il partner. La rabbia ci rende vivi, allontana il fantasma del vuoto, il confronto con una idea fragile e deludente di noi.

All’inizio la rabbia serve a dire “basta” al rapporto. E’ utile per riconoscere e accettare le differenze tra noi e il partner e tra il partner per come l’abbiamo idealizzato e per come effettivamente è. La rabbia è funzionale ad adattarci all’iniziale disorientamento emotivo e cognitivo. Ma se si protrae a lungo, l’antagonismo e la conflittualità si trasformano in una distruttività. Sacrifichiamo alla lotta contro l’altro, la realizzazione dei nostri progetti e la ricostruzione della nostra vita e del nostro benessere. Possiamo trovare il sostegno di contesti e persone per rafforzare sia a scopo difensivo che offensivo la lotta contro il partner, che assume sempre più la figura di un acerrimo nemico.  

La separazione può rappresentare uno stigma se ci sentiamo giudicati ed emarginati dal nostro contesto familiare e sociale. Proviamo senso di colpa se ci sentiamo responsabili del dolore e del danno che la separazione ha recato alle persone attorno a noi. Cerchiamo di ottenere il perdono con il nostro sacrificio e il nostro attaccamento spesso senza limiti. Proviamo vergogna se pensiamo che dalla separazione ne usciamo sconfitti, deboli e inadeguati. La vergogna ci porta a nasconderci e ad allontanarci fino all’isolamento o ci rivolgiamo ad altri contesti all’interno dei quali non ci sentiamo inferiori. 

La separazione comporta inevitabilmente un cambiamento della nostra identità personale e sociale e anche quando e’ una scelta desiderata, e’ un evento stressante perché richiede la capacità di affrontare e ad adattarci a tante nuove situazioni.

La sofferenza dell’esperienza è legata a quanto la stabilità del legame di coppia definisce il valore di noi stessi. Tanto più è il partner a garantire il nostro equilibrio personale, l’identità personale e sociale, tanto più la separazione può rappresentare una rinuncia di una parte importante di noi e provocare una perdita di orientamento e di energia vitale. 

Solo attraversando il dolore della perdita del partner, comprendendo e superando lo schema di lettura della separazione, in cui prevale una sola emozione (rabbia, tristezza, paura, vergogna, disprezzo) o un solo pensiero (sono debole, sono vincente) sarà possibile dare un significato a ciò che ha determinato la crisi di coppia, per ritrovare e rivitalizzare parti di noi affidate esclusivamente al rapporto di coppia e proiettarci nel futuro in modo svincolato dal rapporto stesso. 

 

Puntata n. 4 La gestione della conflittualità nella separazione

Possiamo individuare 5 stili di gestione della conflittualità che dipendono dal tipo di relazione che abbiamo costruito con il partner, prima della separazione.

Inizialmente, le reazioni alla separazione, ad eccezione di quando un partner e’ vittima del partner carnefice, sono utili a far fronte alla conflittualità, ma se mantenute nel tempo, diventano disfunzionali. La rigidità dei comportamenti, dei ruoli, l’impossibilità di poter andare oltre questi schemi, impediscono di poterci riappropriare della nostra vita, tiene legati i figli nel conflitto, trascina le conseguenze della separazione, come se questa dovesse, a differenza del matrimonio, durare per sempre!

Uno stile di gestione della conflittualità caratterizzato dalla negoziazione è quando riusciamo ad ascoltare la prospettiva del nostro ex partner, pur non condividendola o condividendola in parte, senza reagire con critiche o rigide contrapposizioni. Ci sentiamo ascoltati e riconosciuti rispetto al nostro pensiero. Possiamo modificare il nostro punto di vista se riteniamo che la posizione dell’ex partner sia valida. Possiamo mostrare le nostre difficoltà perché sappiamo che l’ex partner, non le utilizza per svalutarci. I nostri incontri sono limitati al ruolo genitoriale e al confronto su argomenti che riguardano i figli.  Anche se non troviamo un punto d’incontro, una posizione comune, accettiamo di adottare delle soluzioni che in maniera alternata, tengano conto di entrambi i nostri pensieri. 

Uno stile di gestione della conflittualità caratterizzato dal congelamento è quando nella relazione con l’ex partner, controlliamo la conflittualità e l’emotività.  Abbiamo un dialogo superficiale, evitando tutti i temi che pensiamo possano creare una tensione o un dissenso. Accettiamo passivamente il pensiero dell’ex partner. Il bisogno di proteggere e di aiutare l’altro, così come abbiamo fatto nel corso della relazione, ci impedisce di esprimere liberamente il nostro pensiero. La nostra è una separazione senza abbandono. Frequenti sono i momenti di permanenza nella casa coniugale, con scarsa demarcazione di spazi e tempi. Non c’è un confronto aperto tra opinioni diverse e non riusciamo a dare un significato alla crisi di coppia. Nel tempo, il gelo relazionale comporta un allontanamento di uno dei partner dal ruolo genitoriale, che viene affrontato in maniera meccanica.

Uno stile di gestione della conflittualità caratterizzato dallo spostamento è quando utilizziamo altre persone come bracci armati, per esprimere la rabbia e la conflittualità. Poiché l’ex partner conosce i nostri punti deboli e le nostre difficoltà, riteniamo pericolosa una lotta diretta e aperta. Abbiamo bisogno di alleati, sempre più numerosi e competenti, figli, parenti, amici, colleghi, avvocati, psicologi, per poter vincere sull’altro. La paura di essere sconfitti e sentirci perdenti con la conseguente emozione di vergogna è sostenuta dall’idea che il nostro ex partner, sia un nemico forte e potente, caratteristica che ci ha spinto tra le sue braccia nel periodo dell’innamoramento. Ogni nostro comportamento è visto esclusivamente come una reazione all’attacco del partner. Ognuno di noi ricorda soltanto i torti subiti, le offese ricevute, gli inganni, i tradimenti.

Uno stile di gestione della conflittualità caratterizzato dalla esasperazione è quando la conflittualità è espressa in maniera aperta e diretta, esclusivamente da noi ex partner. L’obiettivo non è tanto quello di sottomettere l’altro, di vincere sull’altro, ma quello di mantenere il rapporto con l’ex partner attraverso la lotta. La nostra è una separazione legale ma non emotiva. La guerra ci anestetizza rispetto al dolore della perdita del partner e al vuoto che ne consegue. Non possiamo farci vedere feriti dagli attacchi dell’ex per non interrompere la lotta. Abbandonare il campo di battaglia, significherebbe non sentirsi più importante per l’ex partner. I ricatti, i tradimenti, le squalifiche mantengono viva la lotta e quindi l’implicita conferma che siamo visti dall’ex partner. Figli, amici, parenti, avvocati, psicologi, sono relegati alla figura di osservatori che devono rimanere in silenzio. 

Uno stile di gestione della conflittualità caratterizzato dalla vittimizzazione è quando i ruoli sono rigidamente definiti dalla violenza. Un partner è il carnefice che abusa del partner, che ne diventa la vittima. Può trattarsi di maltrattamento fisico, violenza sessuale, grave trascuratezza, pesanti insulti, disprezzo. Anche se la vittima, contribuisce a riverberare la violenza all’interno della relazione, riteniamo che il partner carnefice sia sempre responsabile dei suoi comportamenti violenti e delle conseguenze, nel tempo, che i maltrattamenti hanno sul partner e i figli. Nello schema perverso della relazione violenta, ogni partner ricorda all’altro una esperienza familiare. Il persecutore interpreta la passività del partner come segno di sfida, di fermezza, di superiorità, rispetto al quale si sente inferiore. Questa lettura accende la sua aggressività e al fine di ribaltare i ruoli, per sentirsi forte, potente e superiore, disprezza e accusa l’altro. La vittima ha già sperimentato nella sua famiglia d’origine, situazioni in cui doveva subire, accettare passivamente soprusi pensando che siano per colpa sua e in cui doveva prendersi cura dell’altro violento, in quanto fragile, malato, incapace di agire diversamente. La separazione è molto difficile perché attiva nel persecutore, paure di abbandono, di tradimento, di essere svalutato, sentimenti di gelosia, che portano a pensare che l’ex partner preferisca un’altra persona. Tutto questo è inaccettabile e purtroppo a volte può sfociare in tragedia, perché c’è una sottovalutazione della gravità della situazione da parte della vittima, con sentimenti di vergogna che portano a nascondere la violenza, pensando che sia solo una lite familiare. Quando la vittima riesce a denunciare il carnefice, ci può essere una sottovalutazione da parte delle forze dell’ordine, che non riescono o non possono attuare un intervento di protezione sociale.

Gli ultimi dati rilevati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio presieduta dalla senatrice Valeria Valente,  riportano che le donne vittime di violenza, subiscono tutto in silenzio e in solitudine fino alla fine. Infatti solo 1 donna su 7, delle donne uccise vittime di femminicidio, aveva denunciato l’uomo che poi le avrebbe ammazzate. Le restanti donne (l’85%) o aveva subito in silenzio o ne aveva accennato a persone a loro vicine.

Puntata n. 5 Quando e’ difficile superare la rabbia

Ci sono separazioni che non riescono a sanare le crisi coniugali, perché queste ultime lasciano delle ferite difficili da cicatrizzare. La conclusione del legame si trascina rancore e risentimento. Viviamo episodi in cui la rabbia prende il sopravvento o viceversa ci paralizza. A volte, la rabbia la utilizziamo per bruciare la terra attorno a noi, rimanendone imprigionati piuttosto che impiegarla come carburante, per poter perseguire nuovi obiettivi, che ci potremmo porre a seguito della conclusione del legame.

Non è la separazione coniugale di per sé, quanto la cattiva gestione della conflittualità e le dinamiche di potere che ne conseguono, ad avere ripercussioni negative sui figli. La gestione del conflitto dipende dalla qualità e dal tipo di relazioni familiari, nucleare e trigenerazionale, precedenti alla separazione.

I figli possono rimanere sequestrati e intrappolati dentro le nostre dinamiche di potere e di rabbia, che tolgono lo spazio di espressione alla loro sofferenza e ai loro bisogni. 

Il rancore ci impedisce di cooperare e mette i figli nella scomoda posizione di dover scegliere la vicinanza di un solo genitore, anche quando a parole, affermiamo il contrario. Apparentemente, siamo favorevoli affinché i figli mantengano dei buoni rapporti con l’altro genitore, ma spesso, ogni complicità verso l’ex coniuge/nemico, viene interpretata come un tradimento nei nostri confronti. I figli che si trovano, non volendo, tra l’incudine e il martello, provano sensi di colpa, tanto verso un genitore, quanto verso l’altro.  

I figli quando ci vedono presi dai nostri conflitti possono sentirsi meno importanti e possono ritenersi responsabili della crisi e della fine del legame. Queste due paure possono portare ad uno stato cronico e generale di ansia, con la conseguente riduzione delle relazioni con i pari o la famiglia allargata e un bisogno di compiacerci, per timore di essere lasciati o trascurati.

I figli dell’eta’ della scuola materna (scuola dell’infanzia) possono avere difficoltà ad adattarsi alla trasformazione della quotidianità che la separazione obbliga. Il nostro allontanamento può essere vissuto come una perdita del genitore e generare uno stato di allarme e di sofferenza. Il bambino potrà richiamare la nostra vicinanza, attraverso una regressione dei comportamenti (enuresi, fobia scolare), reazioni di rabbia, un rifiuto espresso con calci e parolacce, una chiusura, un far finta che tutto vada bene. E’ nostro compito, leggere nei sintomi dei bambini, un bisogno di attenzione, di rassicurazione e di conforto, rispetto alla paura di perderci. 

I figli dell’età della scuola elementare (scuola primaria) possono vivere la nostra separazione con un senso di vergogna e di inferiorità nei confronti dei coetanei. Se siamo distratti dalla conflittualità o dal costruire una nuova vita, possiamo incontrare difficoltà ad aiutarli nel regolare le loro emozioni negative, come la paura, la tristezza, la rabbia, la vergogna, legate al cambiamento di vita che la separazione impone. I bambini per reazione potranno isolarsi dagli amici o al contrario, mettere in atto comportamenti aggressivi, fino ad arrivare al bullismo e ad azioni oppositive nei confronti degli adulti e delle regole. Se i bambini dovranno gestire da soli le loro emozioni negative, potranno utilizzare una visione centrata sulla prevedibilità, anche a discapito di una idea negativa degli altri e di se stessi. Saranno vincenti o perdenti, buoni o cattivi, amici o nemici. Sempre per il bisogno di avere dei punti di riferimenti certi, in un periodo di grandi cambiamenti come quello della separazione, i bambini potranno, spinti anche da noi adulti, preferire la vicinanza ad un genitore, ad una famiglia d’origine, rinunciando all’altro genitore e ai suoi familiari. 

I figli preadolescenti possono richiamare la nostra attenzione attraverso il corpo, se sono arrabbiati o preoccupati perché siamo rimasti soli o perché ci vedono feriti dalla conflittualità della separazione. Potranno utilizzare un trucco e un abbigliamento spinto o al contrario, conservare un aspetto fisico infantile. Le divergenze di educazione tra gli ex partner, uno particolarmente indulgente e l’altro eccessivamente rigido, possono portare a idealizzare un genitore e disprezzare l’altro.

I figli adolescenti possono richiamarci, se non riusciamo a mettergli dei limiti perché presi dai nostri sensi di colpa per la separazione o se mettiamo troppi limiti per paura di fallire nuovamente, attraverso sintomi ansiosi o depressivi, che rallentano la loro autonomia. Le nostre relazioni saranno caratterizzate dal silenzio. Al contrario, i nostri scambi sono basati su urla rabbiose quando i figli rinunciano a qualsiasi confine, fino ad arrivare ad atti distruttivi come l’autolesionismo, l’uso di sostanze e le fughe da casa.  

I figli giovani adulti potranno reagire alla nostra separazione, cercando compulsivamente nuove appartenenze, nuovi legami, spesso caratterizzati però da una perenne insoddisfazione. Al contrario, bloccheranno l’uscita dalla famiglia se percepiranno una richiesta di consolazione da parte di un genitore rimasto da solo. Entrambe le soluzioni, inizialmente sono funzionali a ridurre il più possibile la sofferenza, nostra e la loro. Nel tempo, la cristallizzazione di questi ruoli, totalmente fuori o totalmente dentro le relazioni familiari, impedisce loro di raggiungere un buon equilibrio tra il senso di appartenenza e di separazione dai genitori

Una buona gestione della conflittualità che non coinvolga i nostri figli e la capacità di prenderci cura della nostra sofferenza e di quella dei nostri figli, possono favorire un buon adattamento ai cambiamenti che la separazione comporta.

Puntata n. 6 I figli nella riorganizzazione della vita familiare dopo la separazione

La modalità di gestione della conflittualità da parte dei genitori (vedi post precedenti) rappresenta un condizionamento e un modello che forgerà la reazione iniziale, i comportamenti e i ruoli, che i figli assumono nel tempo a seguito della separazione. 

Noi genitori dobbiamo sottoporci ad una grande fatica per costruire una nuova organizzazione familiare, nella quale ci sia il rispetto per i diversi stili educativi e per esplicitare limitatamente, il conflitto e i pensieri negativi che abbiamo sull’ex-partner. Senza questa capacità di negoziazione, rischiamo che i nostri figli si sentano soli, in mezzo a due fuochi, accesi o fintamente spenti, confusi e costretti a schierarsi, con la paura di deluderci, ferirci, perderci.

Quando noi genitori riusciamo in un clima di negoziazione, ad affrontare il conflitto e le differenze educative, insegniamo ai nostri figli a confrontarsi con le difficoltà, la sofferenza e i contrasti inevitabili, conseguenti alla separazione. Una comunicazione chiara, attenta alle emozioni (paura, rabbia, tristezza, vergogna) e in tempo reale sulla situazione che si sta vivendo, aiuta i figli a orientarli, a mantenere un senso di continuità e di appartenenza, anche se la famiglia ha un assetto diverso. 

Altri cambiamenti che possono avere un impatto sul bisogno di continuità e stabilità dei figli sono: il nostro ritorno ad una condizione “single”, l’ingresso di nuovi partner nella nostra vita, la ricomposizione familiare, la nascita di un fratellino nato dalla nuova unione. 

Cosa succede quando noi genitori per proteggere i nostri figli, evitiamo di parlare della crisi e della separazione, non diamo spiegazioni, tentiamo di nascondere emozioni e pensieri?

Il conflitto viene congelato, evitato, perché il timore è che se venisse affrontato, il rancore lo trasformerebbe in una escalation incontrollabile e distruttiva. Arriviamo anche a negare la rottura del legame attraverso false spiegazioni (ad es. papà è andato a lavorare fuori città). I figli iniziano a vivere in uno stato di allerta. Origliano, spiano e si rendono conto delle bugie, colgono le brevi e mal nascoste espressioni di rabbia, alimentando ancora di più confusione e paura. Tutto ciò che inizialmente vogliamo evitare. I figli ci pongono poche domande per timore di soffrire e far soffrire noi genitori. Diamo risposte evasive, sintetiche, incongrue. Da una parte li rassicuriamo, dall’altra, dal nostro volto emergono emozioni negative. I figli smettono di fare domande e noi pensiamo che non abbiano bisogno di sapere. Li lasciamo da soli, con le loro paure, la loro rabbia, la loro tristezza. Possono fantasticare sul recupero del nostro legame coniugale. Possono manifestare comportamenti sintomatici (chiusura, forte tristezza, ansia, tic, ribellione, agiti trasgressivi) con la funzione di anestetizzare la loro sofferenza, di farci incontrare (per telefono, davanti agli insegnanti, dallo psicologo, dall’avvocato) o di distrarci dalle nostre sofferenze. I figli possono diventare dei piccoli adulti, che ci consolano e ci fanno compagnia.

Cosa succede quando chiediamo ai figli, in maniera esplicita o implicita, di schierarsi con uno di noi genitori?

Quando coinvolgiamo i nostri figli nella gestione del conflitto, un genitore diventa amico –  buono – prescelto, l’altro diventa nemico – cattivo – rifiutato. La richiesta di complicità con un genitore e di esclusione dell’altro può prevedere una partecipazione attiva, quando un figlio manifesta apertamente, verso il genitore “nemico”, accuse, aggressività, si sottrae ed è oppositivo alla sua presenza. Lo schieramento può essere sostenuto da vantaggi relazionali (sentirsi importante per il genitore “buono”) e vantaggi economici (poter ottenere ciò che si vuole in termini di regali, orari di rientro a casa, ecc).  Quando invece il bambino è molto piccolo, il genitore può mantenere la sua vicinanza a discapito del genitore “cattivo”, protraendo, ad es. l’allattamento o mostrandosi addolorato al momento della separazione fisica. L’obiettivo è confermare l’inadeguatezza del genitore “cattivo”. Il bambino si sente diviso in due. Se è fedele ad un genitore, contemporaneamente è in guerra o distante dall’altro. Sensi di colpa, paura, rabbia, sono emozioni costanti che porteranno a manifestare disturbi d’ansia al distacco o ansia generalizzata, forte diffidenza, eccessiva autonomia o perdita di autonomia, comportamenti violenti, sia fisici che verbali, a seconda del genitore presente.  

Cosa succede quando noi genitori siamo talmente presi dal conflitto esplicito e violento e mettiamo i figli in secondo piano?

Anche dopo la separazione, non c’è spazio per i figli, perché siamo impegnati a mantenere acceso il conflitto. I nostri figli rimangono soli, invisibili, trascurati nei loro bisogni, in costante allerta, che il conflitto possa degenerare in danno. I figli possono tentare di mettersi in mezzo al conflitto per sedarlo, ma si accorgono presto, che sono vani tentativi, che acuiscono ancora di più le provocazioni. Possono mostrare uno stato costante di vigilanza, con ansia, iperattività, aggressività per timore che la situazione tra noi genitori possa degenerare. A volte riescono a cercare una protezione in altri adulti. Possono isolarsi, compiere gesti estremi come tentativi disperati di essere visti, da atti autolesivi quali tagli, fino ad arrivare a tentativi di suicidio. 

Cosa succede ai figli che hanno genitori che mostrano alti livelli di violenza verbale o fisica?

I figli che vivono, sia prima che durante la separazione, in un clima di violenza fisica e psicologica, provano una sensazione costante di terrore. Mettono da parte loro stessi e si concentrano su un accudimento invertito, diventando genitori dei loro genitori. Possono proteggere il genitore che percepiscono come vittima. Possono sostenere la separazione come soluzione che metta in salvo il genitore debole ma poi rimangono delusi e arrabbiati, quando vedono che la relazione non si modifica e tutto rimane intatto. Il genitore vittima, verso il quale tanto si prodigano, non ha coraggio di allontanarsi, non protegge se stesso, né loro stessi. Nel tempo, i figli cambiano il modo di vedere i genitori. Da giudici diventano terapeuti. Il genitore vittima viene visto non più passivo ma fermo nella sua posizione. Il genitore persecutore non più cattivo ma fragile. Inoltre possono avvicinarsi al genitore persecutore per sentirsi finalmente forti e potenti, ai propri occhi e agli occhi dei coetanei. A volte, oscillano, da una posizione di solidarietà con il genitore vittima ad un ruolo di potere come il genitore dominante.  

La finzione o il conflitto manifesto tra i genitori sono modalità per mantenere una relazione. L’impossibilità di separarsi tiene impegnati i figli ad agire un ruolo di mediatore, di giudice, di terapeuta, all’interno della coppia genitoriale, rinunciando alla libertà di occuparsi di loro stessi. E’ importante quindi che i genitori raggiungano una vera separazione.