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N. 3 L’emozione non ha voce!

Se i nostri genitori si sono fermati insieme a noi a riflettere sulle emozioni che stavamo vivendo, questo ci avrà aiutato a modulare i nostri stati emotivi

N. 3 L’emozione non ha voce!

Se i nostri genitori si sono fermati insieme a noi a riflettere sulle emozioni che stavamo vivendo, questo ci avrà aiutato a modulare i nostri stati emotivi. La regolazione emotiva nasce dalla relazione con i genitori. Successivamente sulla base di questa esperienza, impareremo a regolare da soli le nostre emozioni.

Per regolazione emotiva si intende la possibilità di calmarsi, riconoscere le emozioni, dargli un nome, capire da quali stimoli ambientali o pensieri sono generate. La regolazione da parte dei genitori ha permesso di collegare le emozioni ad una spiegazione di ciò che stavamo vivendo. 

Ogni emozione è accompagnata da un commento, una cognizione di noi, un pensiero che può essere positivo o negativo. Quando le nostre emozioni vengono criticate, minimizzate, banalizzate o giudicate, ci formeremo un pensiero negativo su di noi e sull’altro e penseremo che le nostre emozioni non sono normali né legittime. Ad esempio, se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, possiamo provare tristezza e avere un pensiero negativo di essere sbagliati.

Ogni emozione è legata ad un bisogno specifico. Se ci sentiamo tristi avremo bisogno del sostegno di una persona che ci possa aiutare, (regolazione attraverso l’altro),  o potremo regolare da soli la tristezza (autoregolazione), rassicurandoci che ce la faremo anche se siamo soli.

Quando c’è stata una buona regolazione da parte dei genitori, saremo stati bambini e oggi adulti con attaccamento sicuro, consapevoli delle nostre emozioni. Sapremo calmarci e dare un significato a ciò che stiamo vivendo. Tradurremo in parole le nostre emozioni, senza drammatizzarle o evitarle. Riusciremo a metterci nei panni o meglio ancora nella mente dell’altro, cercando di dare un senso al comportamento altrui  e sapremo distinguere le nostre emozioni da quelle degli altri.

Quando i nostri genitori non sono stati in grado di contenere e dare un significato alle nostre emozioni, saremo stati bambini e oggi adulti, poco consapevoli dei nostri stati emotivi. Interpretiamo erroneamente le nostre sensazioni somatiche, ci diciamo cose che ci fanno sentire peggio e ci contagiamo emotivamente con le emozioni degli altri, non riuscendo a differenziare le nostre dalle loro. Non troveremo strategie per calmarci. 

Le droghe, il cibo, l’alcol possono silenziare e anestetizzare le emozioni e i bisogni di aiuto che non sono stati soddisfatti nelle relazioni.

Se siamo adulti con un attaccamento evitante avremo un eccessivo auto-controllo. Tenderemo a disattivare le emozioni, a bloccarle o inibirle, impedendoci di chiedere aiuto. Saremo persone che parlano poco, racconteremo la nostra storia in maniera molto semplice, con poca introspezione, evitando di provare e di parlare di emozioni e non trovando nessuna connessione tra problemi presenti e passati.

Se siamo adulti con un attaccamento ansioso manifesteremo molte emozioni per richiamare la vicinanza altrui, iper attivando le richieste di aiuto ma senza farci capire. Faremo vedere la nostra sofferenza urlando e la persona accanto a noi non capirà che è un grido di aiuto. Mostriamo le emozioni ma non saremo capaci di dargli un significato e di regolarle.

Possiamo utilizzare l’attenzione per gestire le nostre emozioni, spostando il focus attentivo  sui vantaggi della situazione che viviamo o selezionando solo gli aspetti negativi oppure estraniandoci da noi stessi o dalla situazione, per ridurre le emozioni disturbanti.

L’evitamento delle emozioni  può essere funzionale quando, ad esempio, andiamo dal dentista e per non sentire l’intervento a cui ci sottoponiamo, ci distraiamo pensando ad altro. Lo stesso meccanismo di evitamento è disfunzionale, se tentiamo di non pensare, a ciò che in realtà sentiamo attraverso le emozioni, le sensazioni corporee, l’impulsività.

La consapevolezza e la riflessione sulle nostre emozioni favoriscono l’auto-regolazione e hanno un effetto calmante quando i nostri pensieri ci fanno vivere un senso di impotenza, di pericolo, di tristezza. 

Può essere utile domandarci “Cosa pensiamo delle emozioni che stiamo vivendo? Le abbiamo già vissute in passato? Le esprimevano i nostri genitori? In quali situazioni? Cosa facevano i nostri genitori per rassicurarci  e cosa possiamo fare noi per calmarci? Cosa sarebbe utile dirci? Dove l’abbiamo imparato? Lo diremmo a una persona che amiamo ed è importante per noi?  Mi aiuterebbe se le persone intorno a me ora mi dicessero le stesse cose?”

Tante volte riusciamo a dare ottimi consigli alle persone vicino a noi o a consolarle, ma non riusciamo a fornire lo stesso efficace sostegno a noi stessi. Ci dovremmo trattare nello stesso modo in cui trattiamo la persona che amiamo di più.

Con l’aiuto di uno psicoterapeuta, potremo prenderci cura di noi, nello stesso modo, in cui riusciamo a proteggere e soccorrere gli altri. Attraverso la rielaborazione dei ricordi dove abbiamo appreso emozioni e convinzioni negative di noi, potremo imparare a “rifare da genitori” a noi stessi e darci quel sostegno, quella fiducia, quella accettazione senza giudicarci, che possiamo non aver sentito durante l’infanzia. 

In famiglia, impariamo quali emozioni sono permesse e quali sono proibite. Possiamo aver imparato che è bene non essere tristi, perché essere tristi significa essere deboli e sostituiremo la tristezza con la rabbia. Oppure potremo avere paura di esprimere la rabbia, per paura di essere come i nostri genitori, se abbiamo avuto genitori collerici e ci siamo spaventati della loro aggressività.

Poiché le emozioni ci aiutano a sopravvivere, ad adattarci all’ambiente e a connetterci con gli altri, stesse emozioni possono avere funzioni diverse.

Anche in situazioni di predisposizione genetica ai disturbi mentali o quando il nostro temperamento può costituire un ostacolo, una buona regolazione emotiva diventa ancora di più, un fattore protettivo alla espressione genetica, in quanto la psicopatologia è l’espressione di un disordine emozionale.

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Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

Approfondimenti

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Emozioni primarie

Le emozioni primarie sono la prima reazione che abbiamo rispetto ad una determinata situazione. Sono l’amore, la gioia, la rabbia, la tristezza, la paura, la sorpresa. Solitamente sono adattive dal punto di vista biologico, “abbiamo paura perché c’è un pericolo, la paura ci fa allontanare dal pericolo”.

Sono maladattive quando segnalano la presenza di un pericolo anche quando di fatto non è presente alcun pericolo. Per esempio, se siamo vissuti nell’infanzia in un clima di sopraffazione, potremmo provare desiderio di stare vicino al nostro partner ma contemporaneamente sentirci spaventati e inibiti anche quando il nostro partner non e’ una persona che vuole umiliarci. Le nostre aree cerebrali deputate alle emozioni ci segnalano la presenza di un pericolo, che in realtà nel presente non c’è.

Emozioni secondarie

Quando non è sicuro esprimerle liberamente, nasconderemo le emozioni primarie con le emozioni secondarie. Queste sono utili per allontanarci dal dolore che le emozioni primarie comportano. Se ci sentiamo feriti, anziché esprimere tristezza, potremo esprimere rabbia o ansia. In questo caso, la tristezza è l’emozione primaria e la rabbia quella secondaria.

L’emozione primaria viene sostituita da una emozione secondaria quando: è troppo dolorosa, ci può far perdere il controllo, stimolerà un intenso bisogno che sappiamo non sarà soddisfatto, saremo criticati, rimproverati, allontanati oppure aumenterà negli altri l’ansia, la rabbia, la vergogna, la tristezza, che poi amplificherà la nostra stessa emozione e non sapremo gestirla.

Le emozioni secondarie impediscono di comprendere le emozioni primarie e il bisogno sottostante. Possiamo leggere la rabbia di nostro figlio o del partner, come una sfida mentre invece sta esprimendo un grido di aiuto, una protesta per richiedere la nostra vicinanza. Se la leggeremo come una sfida, come spesso avviene, apriremo una lunga battaglia fino all’ultimo sangue! Oppure ricerchiamo relazioni sessuali per essere visti, per sentirci vivi, per sentirci popolari nel gruppo degli amici, se abbiamo imparato che la seduttività ci rendeva importanti agli occhi degli altri. In questi casi, l’emozione primaria è la tristezza e la solitudine e l’emozione secondaria è la rabbia e la sessualità. 

Paura e panico

Molte paure che da bambini manifestiamo sono fisiologiche. Sarà importante che i genitori abbiano un comportamento equilibrato, che ci consenta di condividerle senza che vengano nè minimizzate nè accentuate, perché potremo pensare di noi che siamo deboli o in pericolo. Se le paure saranno criticate o amplificate, avremo una idea di noi di vulnerabilità e di non poterci fidare degli altri. Penseremo di noi che saremo incapaci di affrontare le situazioni, che non saremo al sicuro se, ad esempio, commettiamo errori, se proviamo sentimenti, se affermiamo noi stessi, se dipendiamo dagli altri, se amiamo ecc.

La paura di una minaccia alla nostra integrità fisica (per violenza fisica, verbale, grave trascuratezza, ad esempio),  ci spingerà ad utilizzare difese primitive estreme quali la fuga, l’attacco, quando sarà possibile reagire o allontanarci fisicamente.

Quando non è possibile un’azione, invece, l’immobilità, la resa, la dissociazione mentale, ci aiuteranno ad evitare di stare con la mente nel momento che stiamo vivendo o ad estraniarci da noi stessi, con l’obiettivo di allontanarci mentalmente dal pericolo e dai ricordi traumatici.

A volte, potremo difenderci all’interno di una relazione sicura  ma non saremo capaci di proteggerci, quando ci troveremo in pericolo.

Se stiamo vivendo una esperienza pericolosa, grazie alla dissociazione,  solo una parte di noi ricorderà il danno, l’aggressione, mentre un’altra parte di noi prosegue normalmente la vita.

Se avremo paura di perdere una relazione importante, tenderemo a  compiacere l’altro e  a non  mettergli dei confini.

Le sensazioni di paura che viviamo nel presente, sotto forma di immagini intrusive, reazioni esagerate o incongrue, perdita di controllo, sono dovute a ricordi non elaborati di esperienze passate, in cui abbiamo vissuto intense sensazioni di paura , di impotenza, di solitudine.

La paura può essere strumentale per ottenere degli scopi che non saremmo altrimenti capaci di raggiungere, come, ad esempio, poter dire di “no” o rivendicare i propri diritti. 

Il panico è la paura di rimanere soli, perché abbiamo imparato dalle relazioni con i genitori, che se siamo soli, non possiamo contare sulle nostre capacità interne. E’ come se ci dicessimo che non è sicuro restare da soli.  Quando abbiamo un attacco di panico interpretiamo erroneamente le nostre sensazioni corporee. Un battito cardiaco accelerato, lo vivremo come un infarto incipiente. Rinunciamo ad esplorare le situazioni e abbiamo bisogno di essere accompagnati. Perderemo la nostra autonomia e proveremo per questo, vergogna e rabbia. Vivremo prigionieri della nostra paura. Sarà importante capire se la separazione che l’attacco di panico impedisce è funzionale a rimanere vicino ai propri cari. Come se ci dicessimo che se vivessimo la nostra vita faremo del male ai nostri familiari.

Rabbia

La rabbia dà una sensazione di forza, quando ci sentiamo deboli e vulnerabili. Ci può far sentire che dominiamo l’altro e che siamo superiori. Spesso la rabbia nasce come tentativo di superare sentimenti di inadeguatezza, inferiorità, vergogna e umiliazione.

La rabbia può esprimersi sotto forma di collera da sfida, di orgoglioso trionfo e di disprezzo, quando ci siamo sentiti sottomessi e vogliamo vincere sull’altro.

Ci può tenere in una condizione di allerta e questo può rassicurarci che non ci succederà nulla. Ma quando la rabbia e’ estrema, quando c’è troppo odio, potremo perdere  il controllo e  la capacità di difenderci con efficacia.

La rabbia può esprimere una protesta. Da bambini l’abbiamo utilizzata per attirare l’attenzione dei genitori. Abbiamo nascosto la nostra richiesta di aiuto dietro la rabbia. Questa sostituzione non ha fatto capire ai genitori che avevamo bisogno di loro e ha trasformato la relazione in un campo di battaglia.

La rabbia può servire a farci giustizia. Tante volte, non riusciamo ad abbandonare la nostra rabbia perché sarebbe come dimenticare il danno subito e perdonare la persona che ci ha fatto del male. Oppure lasciare andare via la rabbia significherebbe tradire la persona che non c’è più e che quel legame non è stato importante. Abbiamo imparato che la rabbia crea un legame e dovremmo capire dove l’abbiamo imparato che si può ricordare solamente attraverso emozioni negative.

Senso di colpa

Il senso di colpa è un’altra emozione molto frequente. La colpa è legata ad una azione che noi riteniamo sbagliata o che gli altri ritengono errata. E’ legata al pensiero di non aver fatto abbastanza. Può essere associata a sentimenti di rimpianto con il conseguente rimuginio, ricerca di approvazione, senso d’inferiorità e vergogna.

Il senso di colpa può essere una alternativa al senso di impotenza e alla perdita del controllo. E’ preferibile sentirci in colpa e responsabili, con l’idea di poter fare qualcosa e avere il controllo della situazione, piuttosto che sentirci in balia di penosi sentimenti di impotenza. Il pensare che “se” fossimo stati presenti “allora” non sarebbe accaduto, ci dà una sensazione di maggiore controllo.  

L’autorimprovero (con il rimuginio, con l’impegno a fare sempre di più o con la meritata autopunizione), ci permette di allontanarci dall’intollerabile senso di impotenza, per non poter cambiare l’altro o per la fatalità degli eventi, dando un significato che rende più prevedibile, più comprensibile ciò che è insopportabile alla nostra mente.

I nostri genitori possono aver suscitato sensi di colpa per impedirci di fare quello che desideravamo. Abbiamo imparato che l’amore è subordinato all’obbedienza, “se ti comporti così non ti voglio più bene, mi farai morire, mi farai arrabbiare” e per non ferire i genitori e non sentirci cattivi, avremo vissuto un senso di impotenza e di rassegnazione oppure se abbiamo deciso di fare ciò che desideravamo, abbiamo pagato un prezzo alto, quello della colpa. A volte, avremo oscillato tra queste due posizioni.

La colpa può rimanere nascosta sotto altre emozioni come la rabbia oppure spostata su gli altri, criticandoli.

Potremmo sentire la colpa del sopravvissuto e ritenerci colpevoli e/o responsabili per non aver protetto il defunto, o ci diciamo che, se avessimo fatto una scelta diversa, l’altro non  sarebbe morto. Ci potremo sentire in colpa per aver scampato la morte, a differenza di un familiare o di altre persone che si trovavano nello stesso posto, ad esempio, durante  un attacco di terrorismo. In questi casi, viene minacciato il principio di uguaglianza e di equità che riteniamo alla base delle nostre relazioni e non riusciamo a dare una risposta alla domanda: “Perchè lui si e io no?”. Il senso di colpa ci permette di dare un significato ad una situazione difficile da accettare e comprendere. 

Tante volte, la spiegazione razionale che non avremmo potuto proteggere l’altro, non è sufficiente a liberarci dalla colpa. La colpa del sopravvissuto ci farà dire che non meritiamo di vivere e non ci permetterà di essere felici. In questo periodo di pandemia, la colpa del sopravvissuto può essere provata, se inavvertitamente contagiamo un nostro familiare che, a seguito dell’infezione è deceduto.

A volte, i figli si sentono in colpa e responsabili delle difficoltà dei genitori come, ad esempio, della decisione di separarsi, con la conseguente idea di sè di non essere abbastanza bravi, capaci e di non avere abbastanza potere o controllo sulle situazioni. Queste convinzioni ci porteranno ad avere, in età adulta, comportamenti di cura e di sottomissione nelle relazioni affettive piuttosto che sentirci alla pari. 

Vergogna

La vergogna è una emozione sociale. La vergogna è legata alla visione di noi stessi, piuttosto che ad una azione sbagliata. Proviamo vergogna quando ci sentiamo giudicati dagli altri e quando siamo noi stessi a giudicarci come una brutta persona, inferiori, sconfitti, inadeguati, indegni, buoni a nulla. Ci diciamo “siamo sbagliati”. Ha un effetto importante sulla nostra identità. Ci condanniamo o lasciamo che lo facciano gli altri che vengono percepiti come superiori.

Una caratteristica della vergogna è l’autocritica. Entrambe possono avere un valore adattivo ovvero possono averci aiutato a sopravvivere all’interno di relazioni dove l’altro è un prevaricatore, perchè la nostra inferiorità, la nostra resa, il nostro pianto, nei confronti di estranei può far placare l’aggressività e limitare i danni. Spesso però non comprendiamo la funzione protettiva della autocritica e può diventare una convinzione negativa “sono debole” sulla quale costruiamo l’idea di noi. Quando il maltrattamento è all’interno della famiglia, invece, la dimostrazione della vergogna può, al contrario, accrescere il potere dell’aggressore e le sue vessazioni.

L’autocritica  ostacolerà la possibilità di rassicurarci, mantenendo viva la sensazione di stare in pericolo.

Se ci siamo sentiti rimproverati, giudicati e svalutati dai nostri genitori potremo aver provato vergogna e se non ci sono stati momenti di riparazione nella nostra relazione, con l’ascolto, l’attenzione e il calore, potremo sentirci come persone che non meritano di essere amate, accettate, persone che valgono.

La vergogna può spingerci a desiderare e realizzare un riscatto sociale, sottoponendoci ad un grande impegno.

La vergogna può trovare un suo superamento nella ricerca del perfezionismo, con il pensiero che solo se siamo perfetti, saremo al riparo dalla critica e non ci vergogneremo.

Potremo allontanarci dalla sensazione di vergogna e di inferiorità, disprezzando gli altri o sfidandoli, “non mi serve nulla, io sono superiore, tu non vali niente”. Attraverso la rabbia, ci sentiremo superiori e saremo sempre pronti ad attaccare l’altro.

Potremo nascondere la vergogna utilizzando spesso il sorriso, per disinnescare la sfida con gli altri, fingendo di stare a proprio agio.

Nelle situazioni di abuso sessuale, di violenza fisica e verbale, nelle situazioni di bullismo potremo sentirci responsabili e deboli verso queste esperienze, alimentando il nostro senso di vergogna che ci impedirà di chiedere aiuto e di legittimare la nostra sofferenza. Se vivremo la morte di un genitore o fratello ci sentiremo inferiori rispetto a chi ha entrambi i genitori o non ha vissuto lo stesso lutto e proveremo vergogna. La compassione da parte degli altri può farci suscitare vergogna. Anche se avremo perso un familiare suicida potremo provare vergogna e vivere lo  stigma sociale. 

Emozioni positive

Tante volte, pur desiderando di vivere emozioni positive, potremmo esserne spaventati  e non le apprezzeremo o non ci sentiremo gratificati da esse.  Se avremo percepito i nostri genitori come non disponibili, per adattarci alla relazione con loro, probabilmente, non avremo imparato a riconoscere i nostri bisogni e le nostre emozioni. Avremo imparato a non avere bisogni o ad avere bisogno del minimo o a soddisfarli in maniera autonoma.

Potremo essere stati molto richiedenti ma costantemente insoddisfatti e quando abbiamo ricevuto un’emozione positiva, non riusciremo ad apprezzarla o a sentirci gratificati.

Se abbiamo imparato che eravamo amabili solo se facevamo tante cose, ci impegneremo in modo quasi compulsivo in nuove azioni. Per poterci permettere di vivere emozioni positive dovremo però imparare a fermarci, e questo può essere in contrasto con il bisogno di tenerci occupati, per non pensare al nostro senso di inadeguatezza.

Altre volte potremo avere difficoltà a vivere le emozioni positive perché abbiamo ricevuto una educazione rigida e severa, centrata sull’obbedienza oppure quando abbiamo appreso che dopo un’esperienza positiva, accadeva qualcosa di negativo. Anche quando siamo cresciuti in ambienti luttuosi, con un genitore o un fratello malato, ci neghiamo il diritto di essere contenti e di stare bene, per non sentirci in colpa rispetto al familiare che soffre. 

La finestra di tolleranza delle emozioni

Ognuno di noi, grazie alla regolazione emotiva “costruita” insieme ai genitori prima, e alla propria capacità di autoregolarsi dopo, ha una finestra di tolleranza delle emozioni, più o meno ampia. L’ampiezza della finestra varia da individuo a individuo e si modifica in base alle esperienze. Questo è un concetto fondamentale. Il nostro senso di benessere è legato alla capacità di autoregolare le nostre emozioni ovverosia di raggiungere uno stato di calma e di sicurezza, anche in condizioni di sofferenza e di minaccia. Normalmente il nostro umore, le nostre emozioni, fluttuano all’interno della finestra di tolleranza. Situazioni avverse possono far uscire il nostro arousal, il livello di attivazione delle nostre emozioni, fuori dalla finestra. Ci percepiremo come fuori controllo ovverosia troppo agitati, ansiosi o attivati (iper arousal) o al contrario troppo “scarichi” o apatici, con un profondo malessere psichico (tipo arousal).

In molte situazioni, saremo capaci a far rientrare il nostro livello di attivazione all’interno della finestra di tolleranza, altre volte, non riusciremo a trovare strategie di regolazione emotiva, che ci consentano di tornare all’interno della finestra dai tolleranza. Uno degli obiettivi della psicoterapia è quello imparare a riappropriarsi del controllo sulla propria emotività, di calmarci quando ci sentiamo troppo “attivati” e di attivarci quando ci sentiamo troppo “apatici” e di ampliare l’ampiezza della finestra di tolleranza, in modo tale che, per uscire dai confini della stessa, sia necessario un livello di iper o tipo attivazione elevato.

Uno degli obiettivi della psicoterapia è l’ampliamento della finestra di tolleranza delle emozioni: questa ci permetterà di confrontarci con gli eventi, piuttosto che evitarli, in modo tale che possano essere elaborati emotivamente. 

Nel lavoro in psicoterapia favoriremo una posizione di osservazione sulle nostre sensazioni. Cerchiamo di dare un nome alle emozioni che viviamo, di comprenderne la funzione, le strategie utilizzate per gestirle, i bisogni non soddisfatti,  le emozioni permesse e quelle proibite in famiglia, impareremo a migliorare la nostra capacità di regolare le emozioni. Comprenderemo di cosa avremmo avuto bisogno, ad esempio, se da bambini ci siamo sentiti criticati, possiamo esserci sentiti tristi e inferiori e per silenziare la vergogna e il rifiuto dell’altro, abbiamo ricercato il successo per piacere e sentirci accettati dagli altri o fatto uso di sostanze per evitare di pensare alla nostra solitudine. La comprensione delle nostre emozioni ci aiuterà a sintonizzarci sulla mente delle persone per noi importanti, a conoscere i suoi pensieri, le sue emozioni, le motivazioni e le intenzioni, spesso celate dietro comportamenti aggressivi o di disinteresse, che non riusciamo a vedere.