Se i nostri genitori si sono fermati insieme a noi a riflettere sulle emozioni che stavamo vivendo, questo ci avrà aiutato a modulare i nostri stati emotivi. La regolazione emotiva nasce dalla relazione con i genitori. Successivamente sulla base di questa esperienza, impareremo a regolare da soli le nostre emozioni.
Per regolazione emotiva si intende la possibilità di calmarsi, riconoscere le emozioni, dargli un nome, capire da quali stimoli ambientali o pensieri sono generate. La regolazione da parte dei genitori ha permesso di collegare le emozioni ad una spiegazione di ciò che stavamo vivendo.
Ogni emozione è accompagnata da un commento, una cognizione di noi, un pensiero che può essere positivo o negativo. Quando le nostre emozioni vengono criticate, minimizzate, banalizzate o giudicate, ci formeremo un pensiero negativo su di noi e sull’altro e penseremo che le nostre emozioni non sono normali né legittime. Ad esempio, se abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, possiamo provare tristezza e avere un pensiero negativo di essere sbagliati.
Ogni emozione è legata ad un bisogno specifico. Se ci sentiamo tristi avremo bisogno del sostegno di una persona che ci possa aiutare, (regolazione attraverso l’altro), o potremo regolare da soli la tristezza (autoregolazione), rassicurandoci che ce la faremo anche se siamo soli.
Quando c’è stata una buona regolazione da parte dei genitori, saremo stati bambini e oggi adulti con attaccamento sicuro, consapevoli delle nostre emozioni. Sapremo calmarci e dare un significato a ciò che stiamo vivendo. Tradurremo in parole le nostre emozioni, senza drammatizzarle o evitarle. Riusciremo a metterci nei panni o meglio ancora nella mente dell’altro, cercando di dare un senso al comportamento altrui e sapremo distinguere le nostre emozioni da quelle degli altri.
Quando i nostri genitori non sono stati in grado di contenere e dare un significato alle nostre emozioni, saremo stati bambini e oggi adulti, poco consapevoli dei nostri stati emotivi. Interpretiamo erroneamente le nostre sensazioni somatiche, ci diciamo cose che ci fanno sentire peggio e ci contagiamo emotivamente con le emozioni degli altri, non riuscendo a differenziare le nostre dalle loro. Non troveremo strategie per calmarci.
Le droghe, il cibo, l’alcol possono silenziare e anestetizzare le emozioni e i bisogni di aiuto che non sono stati soddisfatti nelle relazioni.
Se siamo adulti con un attaccamento evitante avremo un eccessivo auto-controllo. Tenderemo a disattivare le emozioni, a bloccarle o inibirle, impedendoci di chiedere aiuto. Saremo persone che parlano poco, racconteremo la nostra storia in maniera molto semplice, con poca introspezione, evitando di provare e di parlare di emozioni e non trovando nessuna connessione tra problemi presenti e passati.
Se siamo adulti con un attaccamento ansioso manifesteremo molte emozioni per richiamare la vicinanza altrui, iper attivando le richieste di aiuto ma senza farci capire. Faremo vedere la nostra sofferenza urlando e la persona accanto a noi non capirà che è un grido di aiuto. Mostriamo le emozioni ma non saremo capaci di dargli un significato e di regolarle.
Possiamo utilizzare l’attenzione per gestire le nostre emozioni, spostando il focus attentivo sui vantaggi della situazione che viviamo o selezionando solo gli aspetti negativi oppure estraniandoci da noi stessi o dalla situazione, per ridurre le emozioni disturbanti.
L’evitamento delle emozioni può essere funzionale quando, ad esempio, andiamo dal dentista e per non sentire l’intervento a cui ci sottoponiamo, ci distraiamo pensando ad altro. Lo stesso meccanismo di evitamento è disfunzionale, se tentiamo di non pensare, a ciò che in realtà sentiamo attraverso le emozioni, le sensazioni corporee, l’impulsività.
La consapevolezza e la riflessione sulle nostre emozioni favoriscono l’auto-regolazione e hanno un effetto calmante quando i nostri pensieri ci fanno vivere un senso di impotenza, di pericolo, di tristezza.
Può essere utile domandarci “Cosa pensiamo delle emozioni che stiamo vivendo? Le abbiamo già vissute in passato? Le esprimevano i nostri genitori? In quali situazioni? Cosa facevano i nostri genitori per rassicurarci e cosa possiamo fare noi per calmarci? Cosa sarebbe utile dirci? Dove l’abbiamo imparato? Lo diremmo a una persona che amiamo ed è importante per noi? Mi aiuterebbe se le persone intorno a me ora mi dicessero le stesse cose?”
Tante volte riusciamo a dare ottimi consigli alle persone vicino a noi o a consolarle, ma non riusciamo a fornire lo stesso efficace sostegno a noi stessi. Ci dovremmo trattare nello stesso modo in cui trattiamo la persona che amiamo di più.
Con l’aiuto di uno psicoterapeuta, potremo prenderci cura di noi, nello stesso modo, in cui riusciamo a proteggere e soccorrere gli altri. Attraverso la rielaborazione dei ricordi dove abbiamo appreso emozioni e convinzioni negative di noi, potremo imparare a “rifare da genitori” a noi stessi e darci quel sostegno, quella fiducia, quella accettazione senza giudicarci, che possiamo non aver sentito durante l’infanzia.
In famiglia, impariamo quali emozioni sono permesse e quali sono proibite. Possiamo aver imparato che è bene non essere tristi, perché essere tristi significa essere deboli e sostituiremo la tristezza con la rabbia. Oppure potremo avere paura di esprimere la rabbia, per paura di essere come i nostri genitori, se abbiamo avuto genitori collerici e ci siamo spaventati della loro aggressività.
Poiché le emozioni ci aiutano a sopravvivere, ad adattarci all’ambiente e a connetterci con gli altri, stesse emozioni possono avere funzioni diverse.
Anche in situazioni di predisposizione genetica ai disturbi mentali o quando il nostro temperamento può costituire un ostacolo, una buona regolazione emotiva diventa ancora di più, un fattore protettivo alla espressione genetica, in quanto la psicopatologia è l’espressione di un disordine emozionale.