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N 1 Bambini e adulti sicuri, insicuri e disorganizzati

Per sopravvivere abbiamo bisogno di mantenere a qualsiasi costo la relazione con i genitori.

N 1 Bambini e adulti sicuri, insicuri e disorganizzati

La persona che siamo oggi dipende in buona parte dal figlio che siamo stati, dalla relazione che abbiamo avuto con i nostri genitori e dalla loro capacità di aver soddisfatto tre bisogni fondamentali per la nostra crescita, ovvero il bisogno di essere visti, di essere protetti e di essere confortati.

La qualità dell’attaccamento e dell’accudimento tra noi e i nostri genitori influenzerà le nostre relazioni sentimentali successive.

In questi post, sentiremo spesso la parola “attaccamento” e la parola “accudimento”. Noi attiviamo il sistema motivazionale dell’attaccamento quando chiediamo aiuto e vicinanza protettiva ai genitori, al nostro partner o ad una persona che riteniamo sia in grado di darci sostegno. La risposta di cura che ci viene fornita fa parte del sistema di accudimento. I due sistemi motivazionali, di attaccamento e di accudimento evolvono parallelamente e si influenzano reciprocamente.

Per sopravvivere, da bambini, abbiamo avuto bisogno di mantenere a qualsiasi costo la relazione con i genitori. Molto presto abbiamo imparato a prevedere il comportamento dei nostri genitori alle nostre richieste di aiuto e, dalla aspettativa della loro disponibilità a prendersi cura di noi, abbiamo creato una corrispondente convinzione di noi stessi come persone che meritiamo di essere sostenute e amate.

Ad esempio, se non ci siamo sentiti importanti nella vita dei nostri genitori, se ci siamo sentiti svalutati, potremo pensare di non essere importanti e di non valere. Potremo poi fare delle scelte che confermino questa convinzione negativa di noi: come scegliere un partner che non ci fa sentire importanti o sentire di non essere all’altezza di raggiungere determinati risultati nello studio o nel lavoro, pur avendone le capacità.

Da bambini abbiamo interiorizzato le esperienze precoci con i genitori e ci vedremo nello stesso modo in cui riteniamo di essere stati visti dai genitori, perché ciò che è noto, ci permette di sopravvivere e adattarci meglio al mondo in cui viviamo.

Le relazioni con i nostri genitori hanno determinato dei modelli operativi interni (MOI), immaginiamoceli come una sorta di “hard disk”, che rappresentano le idee che abbiamo su di noi, sugli altri e sulla relazione tra noi e gli altri e che influenzeranno i “software” ovvero tutte le nostre relazioni, presenti e future.

Questi schemi sono stati appresi in maniera inconsapevole e implicita. Agiscono come un filtro che ci orienta nell’interpretare, nel dare un significato alle situazioni e ci condiziona su quali comportamenti assumere, soprattutto, quando siamo in difficoltà.

Le informazioni sulla disponibilità dei nostri genitori, su come possono essere richiamati e su come possono reagire alle nostre richieste di aiuto costituiranno la base di conoscenza per le esperienze affettive successive. Queste aspettative si formano nei primissimi tempi, quando ancora non siamo capaci di parlare.

Il nostro “hard disk” si basa su un presupposto inconsapevole, ovverosia, che il futuro sarà uguale al passato e che gli eventi della nostra vita e gli altri, confermeranno le credenze negative che abbiamo su di noi.

Questi modelli (hard disk)  tenderanno a mantenersi stabili nella vita ma possono essere revisionati e adattati a fronte di esperienze relazionali correttive. Una di queste esperienze è la psicoterapia attraverso la relazione terapeutica, terapeuta – paziente.

Bowlby distinse quattro tipi di stili di attaccamento basati sulla sicurezza o meno, che i nostri genitori risponderanno ai nostri bisogni di vicinanza e che sappiano rassicurarci rispetto a tre paure, che possono mettere a repentaglio la nostra sopravvivenza psicologica ovvero la paura di non essere amati, di non essere desiderati e di non essere accettati.

Per mantenere la vicinanza con i genitori ed evitare di sentire le nostre emozioni negative (paura, tristezza, rabbia, vergogna) che viviamo quando non ci sentiamo in sintonia o ci sentiamo in pericolo, svilupperemo delle strategie al fine di adattarci alla relazione con i nostri genitori, senza la quale non potremmo sopravvivere.

Nel tempo però, queste strategie possono rivelarsi dannose, perché si attiveranno anche quando non ci sarà più il pericolo, quando non c’è qualcuno che ci critichi, che ci ferisce.

Quando le emozioni dell’attaccamento con i nostri genitori (vicinanza, amore, rassicurazione, aiuto) si mescolano alle emozioni di spavento e di pericolo, proveremo paura delle relazioni e contemporaneamente la paura di perdere le relazioni con gli altri.

Una premessa fondamentale: le difficoltà che noi genitori possiamo avere nello stare vicino a nostro figlio è la conseguenza della storia che abbiamo vissuto. Non è mia intenzione colpevolizzare noi genitori, ma piuttosto dare una certezza, che se ci fidiamo a farci aiutare, possiamo rompere le catene emotive invisibili di vissuti di impotenza, di rabbia, di resa, di disvalore, che legano i figli ai genitori.

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Immagine di Dottoressa Simona Di Giovanni

Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Bambini e adulti sicuri

Siamo stati bambini con stile di attaccamento sicuro se abbiamo avuto fiducia che i nostri genitori si occupavano di noi, se abbiamo imparato a comunicare apertamente il nostro bisogno di protezione e conforto.

Abbiamo imparato che è sufficiente chiedere esplicitamente aiuto per ricevere una loro disponibilità. Il contatto fisico e le carezze in primissima età ci trasmettevano un senso di sicurezza. I momenti in cui non c’è stata una buona interazione, abbiamo protestato e i genitori hanno trasformato la nostra rabbia, la nostra tristezza, in una emozione più positiva.

La capacità dei genitori di rispondere con sintonia e riparare velocemente i momenti di non sintonia creerà in noi l’idea di essere accettati, di andare bene e una idea dei genitori come affidabili.

Ci siamo sentiti speciali per i nostri genitori. Da questa esperienza sicura abbiamo imparato ad autoregolare, automodulare le nostre emozioni. I nostri genitori, pur vivendo i loro momenti di frustrazione emotiva sono rimasti sensibili verso i nostri bisogni. Abbiamo vissuto emozioni positive nei momenti di intesa ed emozioni negative quando non c’era una sintonizzazione.

Abbiamo manifestato la nostra rabbia, abbiamo protestato perché eravamo fiduciosi che i genitori sarebbero stati in grado di riparare i momenti di non connessione, riuscendoci a calmare e dopo il disaccordo, ci saremmo sentiti di nuovo vicini. Attraverso questa riparazione abbiamo acquisito la speranza e la fiducia che i sentimenti negativi hanno un inizio e una fine.

Il passaggio tra emozioni positive e negative ci ha aiutato a diventare più resilienti e forti. I nostri genitori sono stati in grado di calmarci, rassicurarci, abbassando il nostro livello di tensione e sono riusciti a distrarci, a sostenere il nostro umore quando ci sentivamo stanchi, sconfitti o tristi.

Da adulti avremo la stessa aspettativa fiduciosa e positiva che gli altri, e il partner, saranno disponibili ad aiutarci. Questa aspettativa ci farà sentire sicuri di noi. Avremo una buona capacità di riflettere sulle esperienze del nostro passato alla luce delle capacità presenti, di dargli un senso e saremo inclini al perdono nei confronti dei nostri errori e degli errori commessi dagli altri.

Se faremo un percorso di psicoterapia potremo raccontare di sentirci inadeguati, insicuri, di provare ansia, ma permetteremo al terapeuta, così come alle altre relazioni che abbiamo, di comprenderci, di rielaborare e riformulare ciò che stiamo vivendo e comunicheremo apertamente eventuali incomprensioni.

Bambini e adulti insicuri – evitanti

Siamo stati bambini con stile di attaccamento insicuro – evitante se abbiamo imparato, che per mantenere la relazione con i nostri genitori era bene evitare di esprimere le nostre emozioni. Abbiamo imparato che si sarebbero occupati di noi, se non avessimo disturbato, non avessimo creato problemi e se avessimo fatto quello che dicevano loro.

I nostri genitori minimizzavano le nostre difficoltà e non abbiamo imparato a sintonizzarci sulle nostre emozioni negative, quali, paura, rabbia, tristezza. Preferivamo esplorare il mondo attorno a noi ed essere autonomi. I genitori tendevano  ad imporci il loro punto di vista su come avremmo dovuto comportarci per essere “buoni”. Si avvicinavano a noi rispetto ai risultati che ottenevamo a scuola o nello sport, ma si allontanavano rispetto alle nostre emozioni.

Ci siamo sentiti giudicati per i nostri risultati e abbiamo tenuto nascosto il senso di inferiorità che provavamo per i loro giudizi. Non manifestavamo le nostre difficoltà, non piangevamo e non protestavamo, pur di mantenere la relazione con loro. Non chiedevamo aiuto e non ricevevamo manifestazioni di affetto esplicite e di affetto incondizionato. La nostra emozione prevalente era la tristezza.

Da adulti, svaluteremo le nostre emozioni per poi svalutare noi stessi, come persone non degne di attenzione poiché non siamo stati in grado di generare una risposta di conforto amorevole da parte dei genitori. Ci guarderemo con gli stessi occhi con cui pensiamo che ci hanno guardato i nostri genitori. Penseremo di essere non amabili, di non andare bene, di non valere e ci sentiremo soli.

Per difenderci dal senso di inferiorità che abbiamo provato, potremo evitare di coinvolgerci nelle relazione con gli altri, per timore che ci facciano sentire che non andiamo bene. 

Viceversa, poiché  da bambini ci siamo sentiti svalutati dal giudizio dei nostri genitori, da adulti ci prendiamo delle rivincite sugli altri. Ci sentiremo superiori e sempre in competizione con l’altro. Andremo alla ricerca del successo e disprezzeremo le persone vicino a noi.

Difficilmente diremo “sì”. Dire di sì, significherebbe cedere o essere troppo vulnerabili. Metteremo dei confini molto rigidi con gli altri, e non riusciremo ad apprezzare le cose buone che gli altri potranno offrirci. Il contatto con gli altri potremo viverlo come un’invadenza.

Gli altri potranno pensare che siamo persone sicure di noi, ma anche chiuse, insensibili, con poca considerazione per loro.

Moduleremo in maniera autonoma i nostri stati d’animo. A volte, quando le emozioni saranno intense, l’autoregolazione del nostro umore potrà non funzionare e per arrivare ad un distacco emotivo, potremo ricorrere a mezzi esterni, come il cibo, alcol, droghe.

Sarà il nostro corpo, attraverso i sintomi fisici, a chiedere aiuto e a incassare le nostre emozioni.

Ci fideremo solo di noi stessi e considereremo gli altri come persone ostili e rifiutanti, dalle quali non ci si può aspettare nulla. Potremo soffrire di ansia sociale, per la paura di essere giudicati. Potremo manifestare disturbi ossessivocompulsivi quando percepiremo il nostro genitore come una persona rigida, distanziante, che svaluta le nostre emozioni, i nostri bisogni di protezione e conforto.

Nei momenti di difficoltà, non saremo capaci di chiedere aiuto, oppure ci auto-accudiremo, gratificandoci attraverso i successi raggiunti o il potere che abbiamo sugli altri. Fallimenti nel raggiungere i nostri risultati, la perdita del lavoro, i sintomi psicosomatici, una malattia, problemi di tradimenti e difficoltà sessuali potranno “costringerci” a chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta.

Se faremo un percorso di psicoterapia, non parleremo della nostra sofferenza interna ma dello stress che viviamo. Avremo difficoltà a riflettere su di noi o a metterci nei panni degli altri e saremo superficialmente collaborativi nel processo terapeutico. La relazione terapeutica riflette la relazione che abbiamo con le altre persone per noi significative.

Bambini e adulti insicuri – resistenti

Siamo stati bambini con uno stile di attaccamento insicuro – ambivalente/resistente se non abbiamo avuto fiducia che i nostri genitori rimanessero vicino a noi. Abbiamo esasperato le emozioni per mantenerli vicini, perché abbiamo imparato che in questo modo, si occupavano di noi. I nostri genitori erano preoccupati dal sentirsi accettati da noi e dagli altri. Risentivano di ansie e preoccupazioni del loro passato perchè, forse, anche loro hanno avuto genitori che li facevano sentire inadeguati.

Non eravamo sicuri di poter contare sul loro aiuto perché li sentivamo imprevedibili e incontrollabili, a volte erano intrusivi, quando avevano paura che li rifiutassimo, altre volte erano lenti a cogliere i nostri segnali di disagio, nei momenti di paura e sconforto. Anche dopo aver ottenuto la loro attenzione, non eravamo sicuri che rimanessero vicino a noi, accettandoci in maniera incondizionata. La paura di perdere questo coinvolgimento e di rimanere di nuovo da soli, ci ha portato a resistere a farci consolare. 

Le nostre continue richieste di aiuto erano vissute come se volessimo sfidarli e manipolarli, suscitando in loro, rabbia e ansia per la stretta vicinanza.

Ci siamo sentiti in colpa quando li vedevamo che si sacrificavano per noi, per aiutarci a raggiungere dei risultati, che a volte, rispecchiavano delle loro aspettative e non le nostre.

Poiché i genitori vivevano i nostri fallimenti scolastici o sportivi come loro sconfitte, ci criticavano e noi pensavamo che non avevamo fatto solo uno sbaglio ma che eravamo sbagliati. Ci siamo convinti di essere buoni a nulla in tutti i campi e con questa idea di noi siamo andati alla ricerca di questa conferma, a scuola, nello sport e con gli amici.

Da piccoli abbiamo avuto difficoltà a dire “no” e a distinguere i nostri bisogni dai loro. Avevamo paura che se avessimo detto di no, ci avrebbero rifiutati e si sarebbero arrabbiati. Ci siamo sentiti in dovere di compiacerli, per poi, però, avere la sensazione di sentirci usati, per fare bella figura nei confronti degli altri, attraverso i nostri successi, quando riuscivamo ad ottenerli.

Crescendo siamo diventati oppositivi.

I nostri genitori ci dicevano con le loro critiche, che da soli non avremmo mai potuto farcela. Pensavamo di avere sempre bisogno di loro e questo non ci ha permesso di esplorare l’ambiente oltre la famiglia. 

Potremo manifestare ansia da separazione, attacchi di panico, quando ci diremo che da soli non ce la facciamo e abbiamo bisogno della vicinanza fisica del genitore e poi del partner. Potremo manifestare comportamenti oppositivi-provocatori. L’aggressività, la lamentosità, i comportamenti a rischio quando saremo adolescenti, avranno la funzione di controllare i genitori, che vedremo sempre più come non disponibili quando ne abbiamo bisogno e intrusivi quando non ne abbiamo bisogno.

Da adulti avremo una aspettativa negativa sugli altri, considerandoli non affidabili e disponibili, chiederemo una risposta di conforto, esprimendo in maniera esagerata le nostre emozioni, ma sapendo che saremo rifiutati.

Saremo dipendenti dal partner e lo controlleremo. Avremo poca fiducia in noi stessi e penseremo di non andare bene.

Se decideremo di fare un percorso psicoterapeutico, riusciremo a nominare le nostre emozioni ma senza una vera connessione. Come con le altre relazioni significative, avremo poca fiducia nella possibilità di ricevere un supporto dal terapeuta e impediremo la riflessione  sulla nostra esperienza emotiva interna. Ci sentiremo giudicati anche se non è questa l’intenzione del terapeuta. Collaboreremo poco e per questo veniamo considerati delle persone resistenti all’aiuto.

Bambini e adulti disorganizzati

Siamo stati bambini con attaccamento disorganizzato quando oscillavamo in maniera disorganizzata e caotica, tra la paura e il desiderio di stare vicino ai nostri genitori, perché ci spaventavamo delle loro reazioni violente e ostili. Non avevamo una vera e propria strategia per gestire le emozioni negative che vivevamo. I nostri genitori erano assenti, magari presenti fisicamente ma emotivamente assenti, cronicamente depressi, disturbati da sentimenti non risolti, a causa di lutti, traumi o perché vittime di violenza domestica o abusavano di alcol o sostanze.

I nostri genitori vivevano le nostre richieste di vicinanza con un senso di impotenza e di paura e, poiché non riuscivano a calmarci o non avevano pazienza a starci vicino, venivano travolti da emozioni proprie, perdevano il controllo e usando il loro potere, ci urlavano di stare zitti. Invece di accudirci diventavano aggressivi. In questi momenti di rabbia si aspettavano la nostra obbedienza. Tante volte ci siamo sentiti ignorati o usati, per soddisfare i loro bisogni.

Abbiamo visto i nostri genitori soffrire per qualcosa che non sempre conoscevamo. Reagivano impulsivamente al senso di impotenza di eventi luttuosi e/o traumatici, ferite ancora aperte e dolorose. A volte ci colpevolizzavano di essere la causa del loro cattivo umore e della loro rabbia. Noi ci assumevamo tutta la colpa e la responsabilità dei loro comportamenti, perché sono le persone più importanti che abbiamo avuto e non potevamo rinunciare a loro. Sentirci in colpa ci ha aiutato a sentirci meno impotenti, perché assumendoci la responsabilità, pensavamo che potevamo fare qualcosa per migliorare la situazione.

Le espressioni del volto dei nostri genitori allarmati, il tono della loro voce, l’aggressività verbale o fisica, ci spaventavano e sperimentavamo un “terrore senza sbocco”, una paura dalla quale non potevamo fuggire perché avevamo paura di loro ma non potevamo neanche rivolgerci a loro, per rassicurarci come avremmo voluto.

La nostra emozione prevalente era la paura e temevamo di essere travolti dal provare la paura per la rabbia o l’assenza che leggevamo sul volto del nostro genitore.

Ci difendevamo attaccando, fuggendo e quando non era possibile, ci bloccavamo fisicamente (freezing) sia per dissuadere l’altro dall’attacco sia per rimanere vigili al fine di individuare i pericoli, studiare le mosse o nuove possibilità, per metterci in salvo. Ma spesso, l’unica via di uscita, l’unica soluzione a questa sofferenza è stata quella di dissociarci mentalmente, di scollegarci, con lo sguardo fisso e assente, per avere la sensazione di non essere con la mente più lì presenti o di non essere più dentro di noi.

Al posto dell’attaccamento verso i nostri genitori, abbiamo attuato un vero e proprio controllo nei loro confronti. A volte, abbiamo assunto una posizione di sottomissione, siamo stati premurosi rispetto alla loro salute, compiacendoli, come se noi fossimo i loro genitori. Altre volte siamo stati seduttivi, abbiamo usato il corpo per avere un controllo della relazione. Ma ancora più frequentemente, abbiamo reagito alla rabbia che percepivamo, diventando oppositivi, trasgressivi, sfidanti, dominanti, insomma dei veri e propri boss dei nostri genitori. Lo scontro è stato l’unico modo per avere un potere e  la sensazione di avere in mano il controllo della situazione, anche a costo di essere definiti cattivi. 

Da adulti oscilliamo dal mettere dei confini rigidi agli altri ma poi il sentirci soli ci spinge ad assecondare l’altro, poi ci sentiamo troppo in balia degli altri e delle nostre emozioni e ci chiudiamo di nuovo. Avremo paura di essere abbandonati e contemporaneamente avremo paura dell’intimità con gli altri.

Il ripetuto rifiuto delle nostre emozioni e delle nostre richieste di affetto può causarci grande difficoltà a gestire le nostre emozioni. Se avremo una predisposizione genetica, queste esperienze potranno favorire l’emergere di disturbi mentali.  Potremo andare da uno psichiatra che ci potrà diagnosticare un disturbo di personalità.

Racconteremo che le emozioni arrivano improvvisamente e sconvolgono la nostra esistenza oppure mostrarci con un totale distacco emotivo. A volte sentiamo un grande bisogno di essere aiutati a regolare l’intensità delle nostre emozioni, altre volte, qualunque gesto, sguardo, omissione dell’altro, lo vivremo come una catastrofe, la fine, un errore irreparabile. Le nostre emozioni le vivremo come uno stato fisico diffuso piuttosto che come espressione di un sentimento di cui siamo consapevoli, producendo sensazioni di noi, frammentate e disorganizzate difficili da verbalizzare. 

L’impossibilità di calmare le nostre emozioni, capacità che non abbiamo appreso nella relazione con i nostri genitori, bloccherà la nostra vita e ci sentiremo totalmente soli. Sentiamo emozioni travolgenti di disperazione, angoscia, disprezzo per noi stessi, tristezza, e attraverso i sintomi dissociativi, confusionali, psicosomatici, deliranti, proveremo a proteggerci e a fuggire da queste emozioni mettendo dei muri invalicabili. Abbiamo personalità rigide con poca capacità di adattarci alle circostanze diverse. Potremo utilizzare il cibo, il sesso, le sostanze, alcol come cure esterne, per gestire quelle emozioni, di rabbia, impotenza, tristezza, che non abbiamo imparato ad auto regolare attraverso i nostri genitori. Queste cure esterne, considerate come “automedicazione”, potranno rilassarci o renderci più attivi e vitali.

Ci diranno che abbiamo poche competenze cognitive. Tenderemo a reagire piuttosto che a riflettere. Avremo grosse difficoltà a rappresentarci il nostro pensiero, a metterci nei panni degli altri, a distinguere il nostro pensiero da quello degli altri e a immaginare che i sentimenti e i pensieri degli altri possano essere diversi dai nostri. Potremo pensare che gli altri leggano i nostri pensieri e la nostra immaginazione è vissuta come assolutamente reale. Pur stando molto male, ci aspettiamo di poter stare meglio, solo se è il mondo attorno a noi a cambiare, per questo è molto difficile la strada della guarigione, se non ci facciamo aiutare.