Il mondo è un posto pericoloso: gli attacchi di panico

Chi di noi non ha mai avuto un’esperienza nella quale ha provato un senso di paura che ha raggiunto nel giro di pochi minuti una intensità elevata, che non è riuscito a controllare e apparentemente senza che ci sia stato un motivo scatenante?

Queste esperienze vengono etichettate come attacchi di panico se abbiamo sintomi di tipo somatico (palpitazioni, sudorazione diffusa, tremori, difficoltà a respirare, dolore o fastidio a livello del torace, nausea o disturbi gastrointestinali, giramenti di testa o senso di debolezza, brividi o vampate di calore, formicolio, intorpidimento) e sintomi di tipo psicologico (senso di irrealtà, senso di distacco o estraniamento da noi stessi, paura di perdere il controllo, paura di “impazzire” o di morire).

Gli attacchi di panico sono molto invalidanti nella nostra vita perché sono scatenati da situazioni innocue. Anche se razionalmente sappiamo che non c’è una minaccia nell’ambiente esterno, interpretiamo i nostri sintomi somatici come un pericolo reale, come un indizio di qualcosa di catastrofico che sta per verificarsi. Ad esempio, avvertiamo una pressione toracica e pensiamo che stiamo avendo un infarto

L’interpretazione erronea delle nostre sensazioni fisiche ci porterà a sottoporci a tanti esami medici, ad accedere più volte al Pronto Soccorso oppure ad evitare tutte quelle situazioni che sappiamo potranno scatenare un nuovo attacco di panico.

Le nostre principali paure sono: la paura di morire, la paura di impazzire e la paura di perdere il controllo.

Per sopravvivere a queste paure evitiamo tutte le situazioni che ci spaventano (macchina, caldo, spazi aperti, folla, parrucchiere, dentista ecc) e chiediamo di essere accompagnati da una persona che ci rassicura.

La presenza di una persona di fiducia ci aiuta a sentirci meno vulnerabili e meno soli.

Durante la nostra crescita, abbiamo appreso:

  • una visione del mondo esterno pericolosa
  • una idea di noi di essere fragili nell’affrontare le difficoltà
  • una idea degli altri che non ci avrebbero aiutato o non sarebbero stati disponibili.

Queste idee si consolidano in credenze e convinzioni negative di autosvalutazione che ci guidano nell’affrontare le esperienze che facciamo e che andiamo sempre a confermare attraverso previsioni catastrofiche, un bisogno di controllare ciò che ci accade, una intolleranza dell’incertezza e un perfezionismo per ridurre la possibilità di sbagliare.

I nostri genitori, anch’essi ansiosi, ci hanno limitato nell’esplorare il mondo. Ci dicevano di stare sempre attenti, di coprirci, di guardarci continuamente attorno, come se dovessimo sempre aspettarci dei pericoli dagli altri e dalle situazioni che vivevamo.

Le ansie dei nostri genitori hanno limitato la nostra libertà e abbiamo pensato che se avessimo trasgredito alle loro indicazioni, saremmo stati abbandonati o avremmo provocato un dispiacere. Se invece abbiamo sentito i nostri genitori distanti, poco rassicuranti, la paura di rimanere soli ha alimentato il timore della separazione e di essere vulnerabili, non capaci di proteggerci se siamo soli.

Abbiamo quindi paura di essere abbandonati e ci sentiamo soli se siamo lontani dalla nostra famiglia.

Da adulti viviamo però un conflitto perché, da una parte, ci sentiamo soli, soffriamo la solitudine e cerchiamo la rassicurazione di un adulto per superare i nostri attacchi di panico. Ma quando poi cominciamo a stare stabilmente con una persona, viviamo il rapporto come una costrizione, così come abbiamo vissuto i nostri genitori e pensiamo che quella relazione limiti il nostro bisogno di libertà e di autonomia. Questo conflitto ci impedisce di creare una relazione stabile con un partner.

Nella relazione di coppia ricerchiamo la vicinanza ma poi la viviamo come una costrizione e ci allontaniamo dal partner. La lontananza ci fa sentire la solitudine, il pericolo e la vulnerabilità (visione di noi e degli altri che abbiamo appreso dai genitori) e andiamo a ricercare il partner.

La comparsa dell’attacco di panico in particolari situazioni, ad esempio, mentre guidiamo da soli in autostrada, crea l’aspettativa (attacchi di panico attesi) di sentirci male ogni volta che ci troveremo nella stessa esperienza. Altre volte, invece, abbiamo attacchi di panico inaspettati come quello notturno, quando ci svegliamo dal sonno a causa di un attacco di panico.

L’esperienza di attacco di panico instilla nella nostra mente la preoccupazione costante che si verificherà di nuovo. Si crea un’ansia anticipatoria. Vediamo e ricordiamo solo tutti i momenti di pericolo e di minaccia e non ricordiamo quelli di segno opposto. Viviamo in un costante stato di ipervigilanza. Facciamo delle previsioni catastrofiche.

Proviamo un senso di vergogna perché siamo adulti ma abbiamo bisogno della presenza degli altri o non riusciamo a fare ciò che tanti altri adulti fanno normalmente, come, andare a lavoro (paura della visibilità dei sintomi).

Proviamo rabbia perchè non riusciamo più ad essere come prima dell’attacco di panico ma abbiamo difficoltà ad esprimerla perché abbiamo bisogno degli altri e abbiamo paura di essere abbandonati.

Proviamo un umore depresso perchè non riusciamo a svincolarci dagli altri, dipendiamo dalle relazioni ed evitiamo o riduciamo le situazioni che ci farebbe piacere vivere. Possiamo utilizzare sostanze per calmare la nostra ansia o possiamo somatizzare l’ansia e presentare diversi sintomi somatici, fino ad arrivare ad una condizione di eccessiva preoccupazione per il nostro stato di salute (ipocondria). 

Quando gli attacchi di panico sono gravi e continuativi sentiamo di non avere più la nostra libertà e di essere prigionieri della paura. 

Rimuginiamo costantemente, come se non riuscissimo a fermare il nostro pensiero (paura di impazzire). Inizialmente il rimuginio ci aiuta a prevenire eventuali errori e tutte le situazioni temute che possono succedere. Poi in realtà il ripensare e il controllare i pensieri e le azioni compiute, aumenta l’ansia e la preoccupazione perché anticipiamo scenari catastrofici. Il nostro rimuginio ansioso si basa su un pessimismo astratto più che su specifici fatti accaduti.

L’evitamento delle situazioni temute ci impedisce di fare esperienze che possano disconfermare le nostre convinzioni negative. Se il primo attacco di panico è avvenuto mentre percorrevamo in automobile una galleria, non percorreremo più una galleria, generalizzando poi la paura a tutte le situazioni che presentano caratteristiche simili, quali spazi chiusi come l’ascensore. Impedendoci di fare queste esperienze, (passare in una galleria o prendere l’ascensore) non possiamo falsificare le nostre convinzioni negative (morirò, avrò un infarto).

L’evitamento mantiene e aggrava l’ansia.

Non riusciamo a darci una spiegazione del perché viviamo queste intense e imprevedibili emozioni di paura o terrore. 

La rapidità con cui si manifestano i sintomi a livello fisico non lascia spazio alla possibilità di comprendere cosa ci sta accadendo, di riconoscere le nostre emozioni e di trovare delle risposte alternative che ci possano rassicurare. 

Se riusciamo a farci aiutare da uno psicoterapeuta, possiamo dare un significato ai nostri attacchi di panico e collegare le sensazioni di pericolo che viviamo nel presente con quelle che abbiamo vissuto nel passato.

Insieme allo psicoterapeuta impariamo a regolare le nostre emozioni e a tranquillizzare il nostro corpo, in modo tale da interpretare correttamente le nostre sensazioni somatiche. Vedi Psicoterapia EMDR e attacchi di panico.

Attraverso l’attacco di panico chiediamo ad un’altra persona di starci vicino. Evitiamo tutte quelle situazioni in cui siamo soli perché abbiamo paura di sentirci male e di non essere capaci di gestire l’intensa paura. L’attacco di panico ci fa rimanere a casa, ci impedisce di esplorare l’ambiente. 

A volte, abbiamo bisogno di figure di riferimento che ci aiutino a contenere le emozioni, a dare una interpretazione più corretta ai sintomi somatici che stiamo vivendo.

Nel tempo, possiamo scoprire che gli attacchi di panico hanno dei vantaggi secondari. 

Se abbiamo imparato dal passato che non siamo all’altezza di affrontare delle situazioni, attraverso l’attacco di panico possiamo evitare tutte quelle esperienze nelle quali pensiamo di poter fallire oppure se ci riteniamo colpevoli per qualche situazione che abbiamo vissuto, pensiamo di non meritare di stare bene e quindi gli attacchi di panico diventano un mezzo per stare sempre male.

Rintracciare la storia di quando ci siamo sentiti in pericolo nelle relazioni dell’infanzia, permetterà di guardare alla nostra vita con un atteggiamento di maggiore comprensione e amorevolezza.

Ci permetterà di andare oltre il giudizio negativo che abbiamo di noi stessi per non essere autonomi e il giudizio colpevolizzante da parte delle persone che sono vicino a noi, per le nostre frequenti richieste di aiuto. 

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Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Psicoterapia EMDR e attacchi di panico

Le esperienze che abbiamo vissuto nella nostra infanzia caratterizzate da una mancata sincronizzazione o riconoscimento dei nostri bisogni da parte dei genitori sono state talmente dolorose che abbiamo dovuto allontanare questa sofferenza, minimizzandole o pensando di non averle vissute (dissociazione).

Dalle precoci esperienze di separazione e di solitudine emotiva dai nostri genitori o al contrario, dalla paura che abbiamo visto negli adulti che ci dicevano che non ce l’avremmo fatta se fossimo rimasti da soli, i genitori non ci hanno insegnato a calmare le nostre emozioni di paura, di tristezza e di rabbia.

Non abbiamo imparato a dare una interpretazione insieme a loro di ciò che stavamo emotivamente vivendo o perchè erano lontani o perché erano troppo preoccupati e fragili (vedi post Bambini e adulti sicuri, insicuri e disorganizzati). La paura, la rabbia, la tristezza non vengono verbalizzate ed elaborate ma somatizzate ed espresse anche attraverso l’attacco di panico.  

Spesso abbiamo assunto funzioni di tipo genitoriale o di supporto nei confronti dei nostri genitori o dei nostri fratelli, omettendo i nostri bisogni e dando priorità alle esigenze dei familiari. 

Alcune situazioni che viviamo nel presente quali, la perdita del lavoro, l’allontanamento dai genitori, il matrimonio, la separazione da una persona cara, possono costituire delle esperienze che riattivano automaticamente emozioni di impotenza e pericolo, sensazioni e credenze, che abbiamo vissuto nel passato, nella nostra infanzia. 

Poiché questa riattivazione tra l’oggi e il passato avviene a livello di sensazioni somatiche, abbiamo difficoltà a collegare l’episodio che viviamo nel presente a una precisa causa scatenante e a dare un senso e un significato a ciò che è accaduto.

Attraverso l’attacco di panico creiamo un black-out rispetto ai nostri pensieri più dolorosi. Ci proteggiamo dai ricordi dell’infanzia nei quali ci siamo sentiti soli, in pericolo, impotenti. In quel momento, questi ricordi, con i loro pensieri ed emozioni negative non li sentiamo più. Viviamo come congelati per non rivivere sensazioni ed emozioni che ci spaventano. 

L’obiettivo della psicoterapia sarà quello di comprendere l’origine del nostro malessere, di dargli un senso e di collocarlo nella storia personale.

Con il metodo EMDR (vedi post Trauma e EMDR) possiamo iniziare l’elaborazione dai ricordi delle crisi di panico, il primo, il più intenso, l’ultimo che abbiamo avuto, per ridurne l’intensità e la frequenza e acquisire una maggiore sensazione di padronanza. Le esperienze di attacco di panico rappresentano una esperienza traumatica in sè perchè proviamo una emozione di paura intensa e incontrollabile. 

Lavoriamo con l’EMDR sulle sensazioni fisiche (il calo di pressione, il respiro corto) le situazioni che attivano il panico (luoghi affollati, il risveglio mattutino, il guidare in autostrada) le situazioni che vengono evitate, con l’obiettivo di avere una maggiore fiducia nelle nostre capacità nel gestire gli attacchi di panico.

Viceversa, possiamo iniziare l’elaborazione dai ricordi del passato dai quali abbiamo appreso sensazioni di pericolo nelle relazioni familiari, di impotenza, di essere in balia degli altri, di non avere il controllo. 

Con l’aiuto del terapeuta impariamo delle tecniche per gestire l’attacco di panico, per sentire che abbiamo il controllo delle situazioni che temiamo e che possiamo fare qualche cosa su ciò che ci sta succedendo.

Attraverso l’EMDR elaboriamo i ricordi del passato dai quali abbiamo appreso pensieri negativi su di noi (dal sentirsi incapaci, che non siamo all’altezza, al pensare di dover subire, ad esempio) ed emozioni disfunzionali (paura e rabbia molto intense) che ci mantengono in un perenne stato di allerta e di pericolo, espresso attraverso gli attacchi di panico e uno stato di ansia generalizzato.