Le abbuffate alimentari: strategie di sopravvivenza

Se abbiamo ricorrenti episodi di abbuffate alimentari, se durante queste abbuffate abbiamo la sensazione di perdere il controllo sul cibo e non utilizziamo comportamenti per eliminare il cibo ingerito potremmo avere uno stile alimentare che viene denominato Binge Eating Disorder, abbreviato in BED.

Durante le nostre abbuffate mangiamo una quantità di cibo indiscutibilmente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe in un periodo definito di tempo, ad esempio, due ore. Mangiamo anche quando non abbiamo fame, fino a sentirci spiacevolmente pieni. Mangiamo sempre da soli, senza farlo sapere agli altri perché ci vergogniamo della quantità di cibo che stiamo assumendo.

Le nostre abbuffate non sono qualcosa di sbagliato e di patologico come spesso vengono considerate dalle persone attorno a noi, ma nascondono una storia che non è stata ancora raccontata.

Durante le abbuffate, ci distraiamo da ciò che ci da’ disagio fino ad arrivare ad un senso di estraniazione da noi stessi e dall’ambiente che ci circonda. Il cibo ci annebbia la mente e in questo modo riusciamo a tollerare la vita quotidiana. Il cibo può rappresentare quindi l’unica via di fuga dalle nostre emozioni, intense e negative.

Ecco perchè ci rimane difficile rinunciare alle abbuffate alimentari. Per noi rappresentano le uniche strategie per sopravvivere ad emozioni di pericolo e di paura, a pensieri negativi che abbiamo appreso nel tempo nelle relazioni con gli altri. Il cibo è un analgesico dal dolore fisico e psicologico. E’ l’unico modo che conosciamo per spegnerci, intorpidirci e collassare. Il solo mezzo per proteggerci da un mondo esterno prima e interno poi, vissuto come minaccioso.

Spesso non sappiamo perché ci abbuffiamo e purtroppo a volte non siamo neanche interessati a saperlo, perché ne siamo spaventati. Quello che vorremmo cambiare o che sentiamo di dover modificare dietro le pressanti richieste dei nostri familiari e del nostro medico curante è l’eccessivo peso. Per questo ci rivolgiamo a diversi nutrizionisti.

Il nostro sogno sarebbe quello di abbuffarci senza ingrassare. Il fatto di aver sgarrato, di aver contravvenuto alla dieta non e’ un problema, a differenza dei nostri amici bulimici.

Noi, contrariamente a coloro che soffrono di bulimia nervosa, non utilizziamo vomito, lassativi, digiuno o attività fisica per eliminare il cibo introdotto dalle abbuffate e recuperare una sensazione di controllo su di esso.

Un altro aspetto che ci contraddistingue è il tipo di cibo che mangiamo.

I nostri amici bulimici durante le abbuffate possono arrivare a mangiare qualsiasi cosa trovino in casa, anche cibo scaduto o surgelato, poiché sottoponendosi a diete eccessive, ad un certo momento, non riescono più a controllare la fame. L’abbuffata viene percepita come una sconfitta, il cibo come un nemico. Mangiano per sfuggire alla fame, non come noi, per fuggire dalla consapevolezza del nostro malessere emotivo.

Per noi, invece, il cibo è un alleato, un auto medicamento, almeno inizialmente.  E’ capace di consolarci nei momenti più tristi o di gratificarci nei momenti di gioia, che in realtà sono pochi, perché subito trasformati in tristezza. Il cibo riduce le emozioni negative, ci seda l’ansia e la tristezza.

Mangiamo a seconda del nostro stato emotivo. Il processo di gratificazione inizia già quando riempiamo il carrello del supermercato e scegliamo gli alimenti. Preferiamo cibi di consistenza corposa, salati e grassi quando proviamo ansia e cibi che si sciolgono in bocca, ricchi di cioccolato, quando ci sentiamo tristi e depressi.

I cibi grassi e zuccherini stimolano le endorfine, le sostanze cerebrali del benessere e rilasciano la serotonina e la dopamina verso l’area della corteccia cerebrale prefrontale, responsabile dei comportamenti complessi che vengono appresi nel legame con i genitori ma di cui noi siamo carenti. Sono la capacità di tranquillizzare le nostre emozioni, di saper controllare l’impulsività, di saper attendere e di saper fare la cosa più giusta anche se è la più difficile. Se questa regolazione emotiva non è stata appresa nella relazione con i genitori, sarà il cibo a svolgere questa funzione.

Se da una parte il cibo ha il compito di consolarci e di calmare le paure, dall’altra ci fa ingrassare, provare vergogna e sentire in colpa. Amore ed odio.

Ben presto da alleato diventa un avversario che prende il sopravvento su di noi.

L’eccessivo peso ci lascia una idea di noi disgustosa e difettosa. Il nostro umore diventa peggiore di quello che poi ci ha spinto ad abbuffarci. Ci sentiamo particolarmente depressi. Spesso tutto questo ci spinge anche verso altri comportamenti impulsivi come il fumo di sigaretta o il gioco d’azzardo.

Con il tempo, l’aumento esagerato del peso instaura un circolo vizioso che rinforza le iniziali idee negative su di noi. Ai pensieri e alle emozioni negative che anestetizziamo con il cibo si aggiunge un forte senso di vergogna e di colpa per il sovrappeso e per non riuscire a seguire una dieta.

Ci criticano, ci etichettano come persone deboli, senza volontà e incapaci a seguire la dieta.

Ci vediamo e valutiamo nello stesso modo in cui pensiamo che ci vedano le persone vicino a noi.

Ci svalutiamo ed isoliamo, evitiamo tutte quelle situazioni in cui ci sentiamo osservati dagli altri. Veniamo emarginati o derisi. I pensieri negativi e le emozioni iniziali si rinforzano.

Poiché le abbuffate alimentari ci “risolvono” il problema delle emozioni e dei pensieri negativi che abbiamo appreso nell’infanzia, l’unica domanda di aiuto che riusciremo a fare sarà quella di ridurre il nostro peso corporeo. 

La nostra priorità è quella di ottenere una perdita di peso. Vedi Rapporto con la dieta.

Solo dopo aver fallito svariati counseling nutrizionali potremmo approdare allo studio di uno psicoterepauta.

Se andremo da uno psicoterapeuta ci dirà che le abbuffate sono un mezzo per scollegarci dalle emozioni che non sappiamo gestire. Il problema e’ che noi spesso non riconosciamo le emozioni e le cause che le hanno provocate. Sappiamo che il cibo e’ una consolazione vitale per la nostra sopravvivenza, ma non conosciamo lo stato emotivo e ciò che ha provocato un determinato pensiero negativo.

Mangiamo fino a provare disgusto perchè possiamo avere dei pensieri su di noi, in cui proviamo disgusto per quello che abbiamo fatto o pensato in determinate esperienze del passato.

Sul lavoro che viene svolto in psicoterapia vedi “ Psicoterapia EMDR e Disturbo da Binge Eating ”.

Solo se riusciremo a farci aiutare da un punto di vista nutrizionale e psicologico riusciremo a depatologizzare le abbuffate, a comprenderne la funzione e a raccontare una storia che non è stata ancora raccontata.

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Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Rapporto con la dieta

Quando ci rivolgiamo ad un nutrizionista chiediamo di ottenere una perdita di peso in tempi rapidi. Abbiamo difficoltà ad accettare che ci voglia un tempo lungo per perdere peso. L’esperienza ci insegna che se perdiamo velocemente peso, altrettanto rapidamente lo riacquisteremo. L’attesa finalizzata al raggiungere degli obiettivi richiede una capacità di rassicurazione che non abbiamo imparato. Noi vogliamo tutto e subito.

Se il nutrizionista ci propone un obiettivo realistico di diminuzione del peso, in un anno, pari al 10% del peso totale, per noi non sarà motivante. La rinuncia alla gratificazione attraverso il cibo diventa eccessiva rispetto al debole ritorno di immagine. Se pesiamo 120 kg, perdere 12 kg in un anno non cambierà la nostra condizione, tanto vale che continuiamo a mangiare. Siamo concentrati sul presente e non riusciamo ad aspettare il futuro e a rassicurarci che in 5 anni potremmo perdere 60 kg. 

Un altro pensiero difficile sul cibo è quello dicotomico che ci porta a pensare che visto che “oggi” ci siamo abbuffati, tanto vale che continuiamo a mangiare fino in fondo. Qualsiasi sgarro alla dieta, ci legittima a successive abbuffate. 

Ci rimane difficile cogliere la differenza tra l’essere sazi e l’essere pieni. Possiamo essere sazi senza necessariamente essere pieni. La nostra automobile la guidiamo anche se non abbiamo fatto il pieno di benzina. Noi, invece, ci sentiamo mancare se non abbiamo il serbatoio – stomaco pieno.

Sappiamo che non riusciremo a seguire sempre la dieta. Dobbiamo considerare i nostri sgarri alimentari non come fallimenti ma come delle cadute da cui  poterci rialzare.  

Psicoterapia EMDR e Disturbo da Binge Eating

Il lavoro con lo psicoterapeuta consiste inizialmente nel rintracciare le emozioni e i pensieri negativi che hanno preceduto le abbuffate, di cui non siamo consapevoli e di imparare a gestire le emozioni e i pensieri negativi in maniera più funzionale. 

Probabilmente scopriremo che non abbiamo avuto esperienze durante l’infanzia con i nostri genitori in cui abbiamo imparato ad essere confortati, a calmare la paura, la tristezza, la vergogna, il disgusto, la rabbia.  Non abbiamo imparato a procrastinare la gratificazione e a controllare l’impulsività.

Grazie allo stordimento che ci lascia l’abbuffata riusciamo a non sentire quel senso di impotenza, di disgusto, che abbiamo vissuto di fronte ad eventi che ci hanno ferito durante l’infanzia. Crescendo abbiamo imparato che il cibo e’ l’unico nostro amico. E’ sempre disponibile, non ci giudica e non ci tradisce. Spesso abbiamo sentito i nostri genitori come persone che ci criticavano, rigide e che non favorivano una vicinanza emotiva.

Inizialmente grazie al cibo non pensiamo più ai pensieri negativi che abbiamo appreso nell’infanzia, ad esempio, non sono capace, sono diverso, sono cattivo, faccio schifo, non sono libero di fare delle scelte

Generalmente i pensieri negativi che abbiamo costruito su di noi ruotano su tre principali aree: 

  1. in cui ci sentiamo inadeguati, che non andiamo bene.
  2. in cui ci sentiamo sempre in pericolo. 
  3. in cui sentiamo che dobbiamo sempre subire, che non siamo liberi di scegliere.

Con lo psicoterapeuta rintracciamo le emozioni che noi riteniamo intollerabili e che percepiamo solo quando sono arrivate ad un livello intenso. 

Le abbuffate alimentari ci trasportano rapidamente in uno stato di ipoattivazione caratterizzata da una relativa assenza di sensazioni. Le emozioni sono ovattate, i pensieri disattivati e il movimento fisico ridotto. 

Il lavoro di psicoterapia consiste inizialmente in un intervento di psicoeducazione dove andiamo a rintracciare le emozioni e pensieri che precedono e scatenano le abbuffate. Registrazioni vocali o video in cui raccontiamo brevemente i momenti che precedono le abbuffate, ad esempio, quando sentiamo gli sguardi disgustati degli altri per il nostro peso, ci potranno aiutare a ricostruire la connessione tra le situazioni che stimolano i pensieri e le emozioni negative e le abbuffate alimentari. 

Con l’approccio EMDR (vedi post EMDR) potremo lavorare sui ricordi dai quali abbiamo appreso i pensieri negativi su di noi e le conseguenti emozioni.

Sempre con l’EMDR lavoreremo sulla percezione del nostro corpo, le sensazioni di pesantezza che confermano le idee negative su di noi.

Impareremo a sentirci al sicuro nelle relazioni con gli altri, a gestire, a calmare le nostre emozioni e a far evolvere i pensieri negativi su di noi.

La poca abitudine a riflettere sulle nostre emozioni, su come ci sentiamo, l’abbiamo sostituita con uno stile cognitivo disfunzionale, al fine di rendere prevedibile le relazioni che riteniamo pericolose. Vedi Stili cognitivi disfunzionali.

Sempre con l’aiuto dello psicoterapeuta cerchiamo di capire i vantaggi secondari legati al mantenimento dell’obesità. Ad esempio, se abbiamo appreso che l’intimità con un partner è pericolosa, ci espone al giudizio e alla critica, il sovrappeso può diventare un alibi per evitare relazioni intime.

Un importante sovrappeso può impedirci di essere autonomi e raggiungere tappe dello sviluppo come lo svincolo dai genitori e l’uscita di casa che comporterebbero una distanza, percepita come pericolosa per il mantenimento delle relazioni familiari. 

Le nostre relazioni ruotano attorno al peso. Ci diciamo che con il peso che abbiamo nessuno ci vuole bene, nessuno ci apprezza, nessuno ha voglia di stare con noi. 

Se pensiamo che non siamo accettati perché siamo grassi ne soffriamo ma è un pensiero tollerabile. Ma pensare che nessuno ci vuole indipendentemente dall’essere magri o grassi diventa più difficile da tollerare. Il sovrappeso ci protegge da questa convinzione negativa.

Un altro obiettivo della psicoterapia è quello di distinguere tra la fame biologica e la fame psicologica. Impariamo a gestire l’impulso della fame sia da un punto di vista comportamentale (distrarsi, fare attività alternative come muoversi, farsi una doccia, telefonare ad un’amica) sia da un punto di vista emotivo (mi ascolto, non mi critico, ho compassione di me).

Stili cognitivi disfunzionali

Se riflettiamo sui pensieri negativi che abbiamo su di noi e sugli altri ci renderemo conto che ci sentiamo in pericolo e che siamo in balia delle situazioni che viviamo. Gli altri sono pericolosi perché ci possono criticare, rifiutare. Abbiamo difficoltà a fidarci delle persone e il sovrappeso, ostacolando i nostri movimenti e limitando i rapporti con gli altri, ci “aiuta” a mettere una distanza.

Ci vediamo con gli stessi occhi con cui pensiamo di essere visti. Anche noi ci giudichiamo e ci critichiamo, pensiamo di essere inaffidabili e incapaci. Proviamo vergogna e tendiamo a sottometterci. Abbarbicarci ai pensieri pessimistici ci permette di rendere prevedibili gli eventi, gli altri e noi stessi, anche se si ripercuotono negativamente sulla nostra vita. Questi pensieri sono: 

  • Una confusione tra percezione degli eventi e realtà “ecco, ogni volta che decido di andare al mare, piove!”
  • Attenzione selettiva “l’atteggiamento degli altri nei miei confronti e’ sempre negativo e oppositivo”
  • Generalizzazione “poiché ho fallito la dieta una volta, succederà anche altre volte, tanto vale rinunciare”
  • Errata attribuzione “dal momento che sono grassa, qualsiasi cosa faccia, non andrà bene”
  • Discontinuità degli aspetti positivi. Poniamo attenzione solo sugli aspetti negativi e non ci ricordiamo quelli positivi “il mio collega mi ha fatto un complimento, l’ha fatto perché era il suo compleanno”. Anche quando riusciamo a raggiungere una perdita di peso prefissata pensiamo che non sia abbastanza rispetto a quello che noi avremmo voluto ottenere.
  • Pensiero dicotomico. Tutto o nulla “se avrò un’altra abbuffata significa che tutto è stato vano”, “la dieta o si fa bene o niente e siccome ho sgarrato, tanto vale abbuffarsi”.
  • Doppio standard di valutazione “giudichiamo il nostro corpo in maniera più severa rispetto a quello degli altri con le stesse caratteristiche”.