Il lutto fa parte della vita normale di tutti noi. Sicuramente però è anche uno degli eventi più dolorosi che può toccarci e rappresentare un evento cosiddetto spartiacque, creando un prima e un dopo rispetto a quanto accaduto.
Non esiste un modo giusto di vivere il lutto. Ogni persona lo può vivere in maniera diversa. Ma le idee che abbiamo su di noi, la capacità di gestire le nostre emozioni, la possibilità di chiedere aiuto alle persone importanti nella nostra vita possono condizionare l’elaborazione del lutto.
A volte formiamo delle credenze attorno alla morte del nostro defunto che ci fanno rimanere bloccati emotivamente anche dopo tanti anni dalla perdita e ci impediscono di essere felici.
Il senso di colpa per la morte o per essere sopravvissuti al nostro familiare bloccherà la nostra vita e nel costante tentativo di una espiazione e di una riparazione del danno inflitto, ci sentiremo come se dovessimo sempre subire, come se non potessimo meritarci di stare bene, come se non potessimo essere liberi di scegliere.
La morte comporta un dolore e un danno.
La perdita di una persona importante può influenzare in modo negativo la visione che abbiamo di noi stessi e del mondo in cui viviamo.
Spesso viviamo pensando che se noi siamo bravi automaticamente le cose andranno bene. Poi magari noi siamo bravi e buoni ma la persona a noi cara muore lo stesso e incominciamo a pensare che non vale la pena impegnarsi nella vita e che il mondo fa schifo. Questa visione negativa del mondo diventerà una lente che ci porterà a vedere in maniera pessimistica tutto ciò che ci accade.
La perdita di una persona cara ci può far pensare che non potremo assolutamente farcela senza di lui /lei e quindi potremo rinunciare a raggiungere i nostri obiettivi personali. Quindi è come se, insieme alla persona cara, perdessimo anche il nostro valore personale.
Potremo sviluppare una bassa autostima, sentire che siamo stati abbandonati e che non riusciremo, per questo motivo, a farcela da soli.
Molto comuni sono le convinzioni del senno del poi e del senso di colpa attraverso le quali cerchiamo di arginare il nostro sentirci vittime impotenti davanti ad un lutto grave e di dargli un significato.
Con il senno del poi tendiamo ad attribuire a noi stessi la responsabilità sulla base di informazioni di cui veniamo a conoscenza dopo la morte del defunto.
Rimuginiamo sul fatto che avremmo potuto prevederlo o controllarlo, sulla base di segnali che assumono rilevanza solo dopo la morte.
Ci auto rimproveriamo e auto colpevolizziamo o ci riteniamo gli unici responsabili della morte della persona per un nostro mancato accudimento, per qualche cosa che non abbiamo fatto, perché in realtà non sapevamo, ciò che abbiamo saputo solo dopo la morte.
Immancabili sono i sensi di colpa ovvero l’attribuire esclusivamente a noi stessi la colpa e il rimprovero, senza valutare tutte le altre influenze esterne che possono aver causato l’evento. Potremmo dirci “non gli ho impedito di fare quel viaggio in macchina quindi la responsabilità della morte di mio marito è mia”. In realtà, le influenze esterne dell’incidente in macchina possono essere state tante. C’è un continuo ruminare sulle azioni che abbiamo fatto o le azioni che avremmo potuto fare, in più o in meno, per prevenire o contrastare le conseguenze della morte. Trovare il colpevole è come se ci permettesse di mantenere le cose un pò sotto il nostro controllo e di ridurre il senso di impotenza rispetto a quanto avvenuto.
Primo Levi ci insegna che potremo vivere per anni con un senso di colpa per essere sopravvissuti, per essere riusciti a farcela rispetto agli altri o ad un altro familiare, che non ce l’ha potuta fare. Non solo attribuiamo a noi stessi la responsabilità, ma come se, l’essere ancora in vita ci facesse sentire dei privilegiati, per la sorte che ci è capitata e non potessimo per questo essere felici.
La rabbia può essere la nostra compagna di vita perché può alleviare il senso di colpa. Abbiamo bisogno di trovare un responsabile per la morte fino ad arrivare al sentimento di vendetta, iniziando a volte delle vere e proprie crociate, per far pagare le colpe a colui che riteniamo responsabile della morte.
La perdita di un familiare per suicidio ci può far sentire che siamo stati abbandonati e questo si ripercuoterà sulla nostra autostima e sull’idea di non essere stati abbastanza amati o amabili per il defunto. Rabbia o grande tristezza saranno risposte legate al sentimento di abbandono. Frequenti saranno i sensi di colpa perchè non ci siamo accorti di quello che il nostro familiare stava facendo e per non averlo impedito. Proveremo un sentimento di vergogna per il suicidio. Lo potremo tenere nascosto per lo stigma sociale che comporta, rendendo difficile un suo superamento. Inoltre, potremo pensare che se l’ha fatto una persona a noi vicina, lo potremo fare anche noi in un momento di depressione.
Oltre alla sofferenza per la morte, nel tempo si aggiunge un altro grande dolore, quando ci rendiamo conto che abbiamo perduto tutta una serie di scopi e progetti che coinvolgevano e che condividevamo con la persona defunta. Se perdiamo presto il nostro partner, perderemo la possibilità di formare una famiglia, di avere dei figli, di fare dei viaggi insieme, oppure la possibilità di condividere una vecchiaia insieme, di realizzare progetti che avevamo sognato per anni con il partner. Se siamo genitori che abbiamo perso un figlio, non solo perderemo un figlio, ma anche la possibilità di vederlo crescere, laureato o se figlio unico, perderemo la continuità, la possibilità di avere dei nipoti.
L’età in cui vivremo il lutto (tanto più siamo piccoli e tanto più sarà difficile) e la vicinanza, il grado di parentela, con la persona defunta rendono il lutto più complicato. Anche una relazione conflittuale con il defunto complicherà il nostro lutto. Una morte improvvisa, percepita come se si poteva evitare renderà più difficile l’accettazione della perdita.
Sarà importante avere il corpo del cadavere del nostro familiare. Nelle situazioni in cui non c’è il ritrovamento della salma, il lutto è come sospeso, mancato.
Anche la mancanza di sostegno sociale ed economico che ne consegue alla perdita del nostro caro può complicare il superamento del lutto.
Una morte tragica e violenta può costituire un trauma e farci sviluppare un Disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD). Potremmo avere immagini intrusive della scena della morte o del cadavere. Sono ricordi che arrivano all’improvviso e non possiamo controllare. Possiamo manifestare un’aggressività verbale nei confronti di persone e cose. Ci sentiremo sempre in allerta, sotto stress, in ansia, avremo problemi di concentrazione e alterazione del sonno. Il trauma per la morte di un nostro caro in macchina, per esempio, può creare una memoria traumatica (Kindling) nelle nostre reti neurali che si attiveranno ogni volta che saliamo in macchina. Ci sentiremo spaventati, in allerta, in ansia e ci aspetteremo che possa accadere di nuovo. Il lutto traumatico crea una vera e propria rete di memoria che si attiverà con stimoli minori e ci farà sperimentare la paura che possa succedere di nuovo qualcosa di brutto.
L’elaborazione del lutto dipenderà dalle idee che noi abbiamo di noi stessi e sugli altri, che abbiamo formato nel corso della nostra infanzia, in base alla disponibilità e alla vicinanza protettiva, che abbiamo sentito dai nostri genitori (sistema di attaccamento vedi post n. 1). Un lutto può complicarsi in base alle convinzioni che abbiamo di noi e degli altri.
Se siamo adulti con un attaccamento sicuro perchè da bambini quando chiedevamo aiuto i nostri genitori ci consolavano, manifesteremo le emozioni legate alla perdita della persona amata e accetteremo il conforto delle persone a noi vicine, chiederemo aiuto e in maniera molto fisiologica attraverseremo e supereremo il nostro lutto.
Se siamo adulti che evitiamo di esprimere le emozioni (attaccamento evitante vedi post n.1) perchè da bambini ci dicevano di non piangere o ci svalutavano per le emozioni che provavamo, probabilmente vivremo il nostro lutto con distacco, facendo finta di niente. Nessuno vedrà il nostro dolore. Dopo 3 giorni saremo già a lavoro. Nessuno parlerà con noi rispettando il nostro riserbo. A volte avremo degli scatti di rabbia o momenti di grossa tristezza, che gestiremo esclusivamente da soli ma che non mettiamo in relazione al lutto vissuto magari tanti anni prima. Potremo avere sensi di colpa, rimuginio e sintomi fisici che sono l’espressione della somatizzazione delle nostre reazioni emotive. Il nostro dolore rimarrà incapsulato in una parte recondita della nostra mente, dolore, dal quale terremo lontani noi stessi e gli altri.
Se siamo adulti che da bambini resistevamo a farci consolare dai genitori (attaccamento resistente vedi post n. 1) perchè ci apparivano ansiosi, emotivamente vulnerabili, incostanti nel darci rassicurazione, in caso di lutto potremo essere molto disperati e tristi. Ci potremo lamentare tutta una vita della perdita subita. Avremo una grandissima difficoltà a riorganizzarci. Avremo sintomi di ansia, vergogna, rimuginio e ci sentiremo perduti a seguito della morte della persona cara.
Se siamo adulti con un attaccamento disorganizzato (vedi post n.1) perchè da bambini, in maniera costante e senza possibilità di sottrarci data l’età, abbiamo avuto una madre che viveva un grande dolore interiore e ci appariva imprevedibile, perchè poteva abbracciarci ma anche menarci o trascurare i nostri bisogni emotivi ma noi non sapevamo quale potesse essere la sua risposta. Se il lutto irrompe nella nostra vita, potremo vivere le emozioni legate alla perdita, in maniera disregolata o distaccata. Possiamo avere una vita apparentemente normale, avere relazioni, impegnati nel lavoro, ma a livello emotivo ci sentiamo sempre minacciati e ghiacciati. Avremo momenti in cui ci bloccheremo come se fossimo in trance. Potremo avere forti oscillazioni tra momenti in cui idealizzeremo con molto rammarico il nostro caro defunto e momenti di grande rabbia e svalutazione nei confronti della persona che abbiamo perduto. Avremo pochissimi ricordi del defunto. Incominceremo a parlare come se la persona fosse ancora viva e sentiremo la sua voce. Andremo incontro a fenomeni prolungati di numbing, di ovattamento, come se stessimo tra le nuvole. Ci sentiremo staccati da noi stessi e dalla realtà che ci circonda (depersonalizzazione e derealizzazione). I nostri comportamenti saranno molto incongrui perchè non riusciremo a regolare le nostre emozioni. Se la persona defunta è un familiare importante, questo lutto potrà determinare un crollo della nostra persona e sviluppare una psicopatologia.
Potremmo essere stati dei bambini molto piccoli con una madre, ad esempio, che contemporaneamente al prendersi cura di noi, ha vissuto un lutto importante perché ha perduto nostro padre o i suoi genitori o nostro fratello, prima o subito dopo la nostra nascita. Questo lutto inevitabilmente l’ha portata ad essere triste, a piangere, ad esprimere il suo dolore mentre giocava con noi. In alcuni momenti era serena e contenta di stare con noi e improvvisamente e in maniera imprevedibile per noi, aveva uno sguardo perso nel vuoto, era rigida nel tentativo di controllare il dolore perché stava ricordando la perdita della persona importante. Questi cambiamenti di espressioni del volto di nostra madre erano qualcosa di incomprensibile e ci spaventavano parecchio, anche se avevamo pochi mesi. Era come se si verificasse una sorta di contagio, grazie ai neuroni specchio di cui siamo dotati. Vedere l’angoscia nel volto di nostra madre, per il lutto che stava giustamente vivendo, ci trasmetteva un terrore, senza la possibilità di farci consolare perchè era proprio nostra madre che ci spaventava (La tendenza del bambino a reagire con paura alla paura della madre e alla fissità dello sguardo del genitore sembra innata ed è ampiamente documentata da molti esperimenti come quello della Still Face di Edward Tronick. Su youtube è possibile vedere tale filmato https://youtu.be/apzXGEbZht0 ).
Potremmo essere un genitore che ha perduto un figlio che è purtroppo uno dei dolori più grandi che potremo vivere. Questa perdita potrà farci sentire come congelati emotivamente anche per tutta una vita. Potremo lasciare la stanza di nostro figlio intonsa, immutata, senza spostare nulla. Come se in qualche angolo della nostra mente continuassimo a dirci, che forse non è vero, forse non è accaduto veramente e che nostro figlio può, prima o poi, apparire alla porta, ritornare. Eviteremo tutto ciò che fa acuire il nostro dolore, eviteremo di festeggiare i Natali. Se riusciremo a confrontarci con il nostro immenso dolore e trasformarlo, potremo vivere le ricorrenze e le feste che tanto temiamo, come preziose occasioni per sentire nostro figlio ancora più vicino, con forme diverse dal contatto fisico.
Il lutto è un processo attraverso il quale impariamo ad amare la persona in assenza dopo averla amata in presenza. Comporta un lavoro psicologico alla ricerca di un senso e di una nuova attribuzione di significato. Dovremo trovare una risposta su dove la persona è finita. Dovremo pensare che non è la fine di un legame perché la relazione dura per sempre ma dovremo trasformarla, in quanto gli aspetti quotidiani, tangibili non ci sono più.
Inizialmente andremo incontro ad una fase di stupore, di incredulità, di shock, di stordimento. Fatichiamo a crederci. Se riguarda la morte improvvisa di una persona a noi cara non ci crederemo fino in fondo, potremmo pensare che il medico, l’infermiere che ci ha dato la notizia possa essersi sbagliato, confuso con qualche d’un altro. Speriamo che sia un sogno, di svegliarci e di scoprire che è stato solo un brutto incubo e che tutto possa ripartire dal momento precedente quando il nostro caro era ancora vivo.
Saremo distratti da mille incombenze. Ci occuperemo di organizzare il funerale, dei problemi pratici per la successione, delle carte. Tutto questo può contribuire a quella sensazione di confusione che non ci fa realizzare pienamente che la persona amata non tornerà mai più.
Potremo poi andare incontro ad una irrequietezza motoria. Non riusciamo a stare fermi. Chiamiamo la persona defunta, prendiamo i suoi oggetti, le foto, stiamo cercando di capire “ma tornerà o non tornerà mai più”? Piangiamo spesso, abbiamo immagini intrusive, la cerchiamo nei luoghi o nei posti di casa dove stava, potremo pensare al suicidio come desiderio estremo di ricongiungimento con la persona cara.
Potremo esprimere una grande collera da protesta con l’intento di richiamare la persona defunta. La rabbia può essere rivolta verso il personale sanitario, che pensiamo che forse non ha fatto tutto il possibile, che forse ha causato la morte. La nostra collera può essere rivolta verso il defunto che non si è protetto, che non ha pensato a noi, che non si è accorto di quello che stava accadendo o che ha messo in atto comportamenti rischiosi per la salute. Possiamo essere arrabbiati verso noi stessi perché non ci siamo accorti di quello che stava avvenendo, non abbiamo impedito o abbiamo facilitato la morte.
Quando realizziamo che la persona non tornerà più, ci sentiamo depressi. Non abbiamo interesse a fare le cose, abbiamo un calo dell’energia, non riusciremo a dormire, avremo inappetenza e tenderemo a isolarci. La presenza degli altri non riesce a colmare quel vuoto, quella solitudine che è determinata dall’assenza della persona perduta. Possiamo sentire il bisogno di accudire il nostro defunto, prendendoci cura della tomba, accendendo candele, ricercando e collezionando le sue foto. Ci potremmo sentire in colpa se ci accorgiamo che non lo stiamo pensando o se incominciano a fare delle cose senza di lui /lei, cose che magari facevamo insieme.
Se riusciremo a confrontarci con il dolore della perdita potremo adattarci alla assenza della persona cara, senza doverla scordare. Il ricordo della persona cara è dentro di noi. Possiamo dialogare serenamente e interiormente con il defunto, a volte in maniera cooperativa, raccontando quello che stiamo facendo, chiedendogli, ad esempio, delle cose o un suo parere. Possiamo ricordare ciò che abbiamo fatto insieme, vivendo la tristezza ma risentendo anche le emozioni piacevoli vissute in vita con il defunto. Ci sentiamo di realizzare nuovi investimenti, non solo affettivi, ma anche cambiamenti di vita, per la nuova identità che il lutto può comportare o cambiamenti nelle scelte lavorative.