Sua Maestà: la Depressione

Ho deciso di dare questo titolo non perché se siamo depressi ci sentiamo un Re o una Regina, tutt’altro, come vedremo il senso del valore di noi stessi è molto basso, ma perché la depressione, dopo le patologie cardiache, è la malattia più diffusa. Purtroppo però è anche poco riconosciuta, che vuol dire che episodi prolungati di tristezza trascurati possono portare ad un episodio di depressione maggiore. Ma anche una cura finalizzata solo al superamento di questo episodio può non essere sufficiente a proteggerci da possibili ricadute, il cui rischio, è molto alto. Inoltre come un Re e una Regina che si rispetti, la depressione ha bisogno di diversi professionisti a cui dovremmo affidarci per un raggiungere un benessere prolungato nel tempo. 

Ci sentiamo depressi se viviamo la tristezza in maniera esasperata. La tristezza e’ una reazione emotiva ad una perdita durevole di ciò che per noi e’ importante. Può riguardare la perdita di una persona a cui vogliamo bene quando c’è una separazione o un lutto; di cose a cui teniamo, ad esempio, saremo tristi se perdiamo dei soldi; del nostro status, della nostra dignità o della stima rispetto agli altri. Potremmo essere tristi per un fallimento, se perdiamo il lavoro o una competizione. 

La tristezza può avere conseguenze relazionali perché ci spinge a cercare aiuto nelle persone vicino a noi. Si può accompagnare al pianto o alla commozione e questo può avere un effetto immediato sugli altri che ci sono accanto e che assistono al nostro sentimento di tristezza.

Se da bambini abbiamo avuto delle persone attorno a noi capaci di cogliere i nostri segnali di richiesta di aiuto e che hanno considerato la tristezza come un’emozione normale e non come una emozione di cui vergognarci o pericolosa, avremo probabilmente imparato a gestirla. La regolazione delle emozioni, di cui ho scritto un post (L’emozione non ha voce), è fondamentale per riconoscere la tristezza, comprenderla e superarla.

Se non abbiamo imparato fin da bambini a gestire la tristezza, condizione che costituisce una vulnerabilità di base e se nel corso della vita viviamo esperienze difficili come un lutto di una persona cara, una malattia, la perdita del lavoro, che sono eventi precipitanti, solo per fare alcuni esempi e se abbiamo una familiarità o una predisposizione genetica, potremmo manifestare un episodio di depressione maggiore.

Non esiste una sola causa della depressione ma possono concorrere più fattori di rischio di natura biologica, psicologica e sociale, che sommandosi possono generare una condizione di stress acuto, che se non viene curato, può trasformarsi in uno stress cronico e pervasivo, che può far insorgere un disturbo depressivo. Ecco perché è importantissimo intervenire sui fattori di rischio che aumentano la probabilità di farci manifestare uno stato depressivo, chiedendo aiuto a più professionisti.

La depressione è una malattia complessa, multifattoriale e che può comportare un rischio di suicidio. Nei riquadri laterali troverete i criteri per fare la diagnosi di un episodio di depressione maggiore e per il disturbo bipolare.

Immaginiamoci di essere una persona che ha interessi, piacere nel fare le cose, che si impegna a raggiungere degli obiettivi nel proprio lavoro e che improvvisamente per un evento che potrebbe apparire inizialmente banale o al contrario, se viviamo un evento critico, come, la perdita di un nostro caro, una separazione o la perdita del lavoro, incominciamo a vivere uno stress intenso che trascuriamo e prosegue nel tempo e che sommandosi ad altri eventi, può comportare una tristezza profonda. 

Incominciamo a sentire che non abbiamo più voglia di fare le cose, che non ricerchiamo le attività che prima erano fonte di piacere, mangiamo poco o troppo, dormiamo poco o troppo, siamo rallentati o al contrario siamo molto arrabbiati, agitati, non riusciamo a stare fermi. Con il tempo non abbiamo più energia, tutto ci appare faticoso, come se dovessimo scalare una montagna. Potremmo smettere di andare a lavoro, di andare a scuola, di avere una vita affettiva e sessuale.

Questo è quello che ci può accadere esteriormente. Interiormente quando siamo dentro un  episodio di depressione maggiore invece ci diciamo che non valiamo, che non meritiamo di essere amati, di essere felici, pensiamo di aver sbagliato tutte le scelte, di non aver combinato mai nulla di buono.

Ci critichiamo, ci auto denigriamo, ci auto valutiamo. Sentiamo di essere un peso per gli altri e possiamo sentirci per questo in colpa.  

Abbiamo una visione negativa non solo di noi stessi ma anche del mondo e degli altri. Temiamo il giudizio negativo delle persone, non vediamo una possibilità di riscatto futuro. Pensiamo che siamo destinati alla solitudine perché il nostro compagno, i nostri figli e i nostri amici ci abbandoneranno. Nessuno ci vuole bene perché noi non siamo all’altezza. 

Interpretiamo negativamente anche tutto quello che arriva dall’ambiente circostante, pensiamo che gli altri siano ingiusti e che nessuno ci capisce. Il nostro modo di pensare rinforzerà negativamente il nostro umore. Tendiamo a generalizzare, prendiamo un elemento dal contesto e arriviamo subito a delle conclusioni del tutto arbitrarie e sempre a nostro sfavore. Se un nostro amico si e’ dimenticato di farci gli auguri, penseremo che lo ha fatto perché noi non valiamo come persona, non perchè magari  il nostro amico e’ una persona distratta. Minimizziamo qualunque dato possa disconfermare la nostra visione negativa ed accentueremo tutto quello che può confermarla. Avremo un pensiero dicotomico o siamo vincenti o siamo perdenti, senza gradi intermedi. 

Possiamo avere pensieri di morte. Il desiderio di morire è visto come l’unica soluzione di fuga dalla sofferenza. Possiamo pensare che sarebbe stato meglio non nascere. Le idee di morte possono essere saltuarie o essere più pervasive, accompagnate da una sensazione di impulsività e di perdita di controllo o in alcuni casi da una vera e propria progettazione.  

Potrebbe essere un gesto estremo perché non ci sentiamo importanti per gli altri o perché la vogliamo far pagare a qualcuno per noi importante, ma che sentiamo non ci dà la vicinanza e l’affetto di cui sentiamo di avere bisogno.

La depressione e’ un evento psico fisico e quindi dobbiamo prendere in considerazione tutti i  fattori di rischio biologici, psicologici e sociali, che interagiscono tra di loro e che sommandosi,  aumentano la possibilità di svilupparla. Dobbiamo vedere i fattori di rischio non come cause determinanti ma fattori che aumentano la probabilità che l’evento depressione avvenga. 

Tra i fattori di rischio di natura biologica abbiamo i fattori ereditari come il gene della serotonina alterato; tra i fattori biologici abbiamo alterazioni dei neurotrasmettitori cerebrali, alterazioni ormonali quali estrogeni, testosterone, ormoni tiroidei (un esempio è la depressione post partum); malattie quali ictus, Parkinson, sclerosi multipla. Nella depressione bipolare la componente genetica e’ molto forte. 

Anche lo stress cronico, in quanto evento psicobiologico, è un importante fattore di rischio per la depressione.

L’80% circa degli episodi depressivi è preceduto da un evento stressante. Possono anche non essere eventi traumatici di grande portata ma avvertiti soggettivamente dall’individuo come fonte di un notevole stress.

Immaginiamo di vivere una condizione di stress acuto che trascuriamo perché, ad esempio, pensiamo che l’ansia e l’insonnia, facciano parte del nostro carattere. Lo stress cronico produrrà un livello alto di cortisolo, l’ormone dello stress, che provoca un elevato livello di infiammazione cerebrale neuronale oltre che una infiammazione sistemica di tutto l’organismo, che coinvolgerà il sistema endocrino, sia tiroideo che dell’asse ipotalamo ipofisi corticosurrene, il metabolismo lipidico e glucidico nonché il sistema immunitario. Il ruolo dell’infiammazione nella depressione ormai e’ talmente accertato che vengono prescritti anche farmaci anti infiammatori nella cura. 

Tra i fattori di rischio che possono aumentare il rischio di recidive di episodi depressivi ci sono il bere molto, il fumo di sigarette, l’alimentazione. 

Tra i fattori di vulnerabilità di natura psicologica abbiamo le esperienze di attaccamento che abbiamo avuto con i nostri genitori (vedi post Bambini e adulti sicuri, insicuri e disorganizzati). Una assenza prolungata dei genitori, il non poter ricorrere su di loro come fonte di rassicurazione e di protezione, uno stile genitoriale freddo e distaccato con poca tenerezza, con pochi scambi realmente intimi, possono portare a pensare di noi stessi che non meritiamo di essere amati. Siamo più predisposti alla depressione se abbiamo avuto un accudimento materiale, fisico, con una attenzione eccessiva rispetto ai risultati che raggiungevamo a scuola nello sport, nelle competizioni. 

Altri fattori predisponenti sono l’aver vissuto eventi di lutto, come la perdita precoce di un genitore o un abuso, aver avuto un genitore depresso che non si è potuto occupare di noi figli, che a causa della sua depressione, ci ha parlato di meno, ci ha lasciato più soli, non si è accorto dei nostri bisogni emotivi e delle difficoltà che avevamo. 

 Anche la società in cui viviamo costituisce un fattore di rischio per la depressione. Il vivere in una società come la nostra, che esalta le persone vincenti, di successo, giovani e belle, accentua e rafforza la nostra idea negativa che abbiamo quando ci sentiamo depressi. Non e’ un caso infatti che la depressione e’ presente soprattutto nelle società ricche e industrializzate, nelle quali il benessere ha stravolto la scala dei valori rispetto alla quale ci confrontiamo. Quando il bisogno di piacere e di essere accettati dagli altri diventa opprimente, l’unica soluzione per non sentirci inferiori sarà quello di escluderci dalle relazioni. La nostra società ci dice “chi siamo” in base ai risultati che raggiungiamo piuttosto che all’impegno che mettiamo ogni giorno e al coraggio che mettiamo nell’affrontare le difficoltà della nostra vita. Ma i risultati spesso sono la conseguenza di più fattori che non sempre possiamo controllare.  

Cosa possiamo fare per evitare che una tristezza occasionale si trasformi in un episodio di depressione maggiore? 

 

Se abbiamo momenti occasionali di tristezza l’intervento consigliato sarà quello di cambiare stile di vita e di favorire una attivazione psicofisica. 

L’inattività, l’astenia, la tendenza ad abbandonare le normali abitudini fino al ritiro sociale, al non muoversi, al rimanere a casa è uno dei principali sintomi della depressione. Sarà importante adottare uno stile di vita che includa un’attività motoria regolare perché questa migliorerà la vascolarizzazione cerebrale, che a sua volta migliora la memoria e le nostre funzioni cognitive. Le proposte di attivazione motoria devono essere congrue con il livello di tristezza o depressione che stiamo vivendo e sintonizzate sui nostri interessi. I cambiamenti potranno essere raggiunti solo se pensiamo di farli in piccoli passi e ponendoci piccoli obiettivi, anche per non confermare il profondo senso di fallimento che sentiamo quando siamo depressi. Dobbiamo quindi partire dal cambiamento più facile da realizzare. Se stiamo vivendo un episodio di depressione maggiore potremmo avere come obiettivo quello di andare a buttare l’immondizia e mantenere una igiene personale. Se invece abbiamo un livello moderato di tristezza possiamo aspirare a fare 10.000 passi al giorno. Inoltre l’esposizione al sole aumenta il livello del neurotrasmettitore serotonina, la cui carenza è nota essere coinvolta nella espressione della depressione.  

Una corretta alimentazione e l’uso di integratori possono aiutarci quando ci sentiamo tristi o depressi. Come già detto all’inizio, traumi o stress cronici creano uno stato di infiammazione a livello cerebrale, che aumenta il livello di citochine (proteine presenti tra le membrane cellulari), che a loro volta abbassano i livelli di triptofano (aminoacido) che a sua volta abbassa il livello di serotonina, il principale neurotrasmettitore coinvolto nella depressione.

Studi scientifici hanno dimostrato che gli acidi grassi Omega 3 hanno la capacità di aumentare il triptofano, che a sua volta aumenta la serotonina.

Uno stile alimentare caratterizzato da un alto consumo di zuccheri semplici e farine raffinate con le conseguenti oscillazioni di glucosio nel sangue è anch’esso causa di ansia, irascibilità, idee paranoiche e impulsività. Una alimentazione il più possibile priva di zuccheri semplici e farine raffinate si è visto avere un effetto positivo sulla regolazione delle emozioni oltre che sulla nebbia cognitiva, mancanza di focus e motivazione.  

L’insonnia e’ un problema spesso presente se soffriamo di depressione. Crea stress e quindi un aumento del cortisolo, che a sua volta inibisce il sonno e aumenta le citochine, che abbassano triptofano e serotonina. La melatonina e’ un ormone derivato dalla serotonina e dal triptofano. La vitamina D3 implementa la serotonina così come l’acido folico (vitamina B9) e il SAMe, il magnesio, il selenio e lo zinco. Sarà quindi importante affidarsi ad un professionista dell’alimentazione perchè queste sostanze si e’ visto migliorano l’efficacia dei farmaci antidepressivi, ne permettono una diminuzione del dosaggio e una maggiore tollerabilità delle terapie farmacologiche a lungo termine.

 

Se abbiamo ricorrenti episodi di nervosismo e sbalzi di umore l’intervento consigliato sarà: cambiare lo stile di vita + l’attività motoria + la psicoterapia.

Tra le psicoterapie consigliate, l’EMDR (ho scritto un post Trauma e EMDR, dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari)  permette l’elaborazione emotiva di ricordi quali perdite, separazioni, eventi umilianti nei quali abbiamo vissuto una sofferenza, sentimenti di vergogna e dai quali abbiamo costruito convinzioni negative su di noi.

I sintomi depressivi rappresentano una difesa e un tentativo di regolare la sofferenza.

L’elaborazione emotiva con l’EMDR  e’ finalizzata sia per trattare l’episodio depressivo sia per la prevenzione delle ricadute. La riduzione del numero delle ricadute e’ un obiettivo importante della cura. Ogni episodio depressivo aumenta il rischio di ricaduta del 15% e dopo ogni ricaduta gli episodi diventano più gravi. 

Dopo l’elaborazione emotiva degli eventi sia passati che presenti, si apre una “finestra” in cui aumenta la motivazione a prenderci cura di noi stessi che, insieme agli altri aspetti della cura, come la terapia farmacologica, il cambiamento degli stili di vita, ci aiutano a mantenere nel tempo un benessere psico fisico. 

Nel riquadro laterale troverete le principali tematiche che vengono affrontate con la psicoterapia EMDR nelle situazioni di depressione.

 

Se abbiamo una alterazione cronica dell’umore, l’intervento consigliato sarà cambiare lo stile di vita + l’attività’ motoria + la psicoterapia + eventuale terapia farmacologica prescritta dallo psichiatra.

 

Se abbiamo un episodio di depressione maggiore l’intervento consigliato sarà la terapia farmacologica + la psicoterapia + cambiare lo stile di vita + l’attività’ motoria. Ci affideremo ad uno psichiatra che ci informerà che la depressione è una vera e propria malattia mentale, che come tale deve essere presa molto sul serio. Dovremo avere informazioni sulla gravità e complessità dell’intervento, che dovrà prevedere oltre alla terapia farmacologica, anche un cambiamento di stile di vita, l’attivazione psicofisica e la psicoterapia.

Le terapie farmacologiche antidepressive sono efficaci nella gran parte dei casi, spesso essenziali o indispensabili. Funzionano soprattutto la prima volta che vengono assunti, per un minimo di 6 mesi. L’azione antidepressiva si nota dopo 2 – 3 settimane dall’assunzione, ma una volta sospesi, il disturbo può ricomparire. A volte la terapia farmacologica può funzionare solo parzialmente, altre volte abbiamo delle forme di depressione resistenti alla terapia.  

Lo psichiatra personalizzerà la terapia farmacologica in base alla diagnosi, all’età, agli effetti collaterali, allo stato generale di salute, a eventuali terapie già assunte, al consumo di alcool o sostanze. I farmaci di ultima generazione che oggi sono più frequentemente prescritti aumentano l’attività dei neurotrasmettitori, in modo tale che rimangano più in circolo,  inibendo la ricaptazione neuronale  della serotonina, noradrenalina, melatonina, dopamina. Nel riquadro laterale troverete alcune informazioni sui farmaci che dovranno essere prescritti dopo una attenta valutazione dello psichiatra. 

Nelle situazioni di depressione bipolare, sarà importante riconoscere i sintomi premonitori che possono farci capire quando l’umore si sposta da una fase ipo ad una di iperattivazione. Con lo stabilizzatore dell’umore (litio) si cercherà di contenere la fase ipomanicale o maniacale e il lavoro di psicoterapia potrà’ essere svolto nella fase intercritica tra la fase di eccitazione e quella di depressione. 

Un’attenzione particolare merita il riconoscimento dei sintomi depressivi nei bambini negli adolescenti e nell’anziano, per questo ho preferito inserirli nei riquadri laterali.

Voglio concludere questo post scrivendo che dobbiamo prestare molta attenzione ai sintomi depressivi che spesso rimangono nascosti da comportamenti di irritabilità, di inattività e da somatizzazioni.  Per mantenere un benessere prolungato nel tempo sarà necessario affidarci a più specialisti, psichiatra, psicoterapeuta, professionista dell’alimentazione. 

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Immagine di Dottoressa Simona Di Giovanni

Dottoressa Simona Di Giovanni

Psicoterapeuta

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Criteri diagnostici per la Depressione maggiore e il Disturbo bipolare

Disturbo depressivo maggiore secondo il DSM 5

 

  1. Cinque o più dei seguenti sintomi sono stati contemporaneamente  presenti durante un periodo di minimo due settimane; almeno uno dei sintomi è umore depresso o perdita di interesse o piacere.

Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riportato dall’individuo (per es. si sente triste, vuoto/a , disperato/a) o come osservato da altri (per es. appare lamentoso/a)

Marcata diminuzione d’interesse per tutte o quasi tutte le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni.

Rilevante perdita di peso non dovuta a dieta, o aumento di peso, (per es. un cambiamento del 5% del peso corporeo in un mese) oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi tutti giorni.

Insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni.

Agitazione o rallentamento psicomotori quasi tutti i giorni (osservabile dagli altri e non semplicemente sentimenti soggettivi di essere irrequieto o rallentato.)

Faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni

Sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati (che possono essere deliranti) quasi tutti i giorni (non semplicemente sentimenti di colpa o autoaccusa per il fatto di essere ammalati) .

Ridotta capacità di pensare e concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni  (come impressione soggettiva o osservata da altri)

Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire) ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico o un tentativo di suicidio o un piano specifico per commettere suicidio. 

  1. I sintomi causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti. 
  2. L’episodio non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica. 

 

Disturbo bipolare I

 

Per la diagnosi di disturbo bipolare di tipo I è sufficiente la presenza di almeno un episodio maniacale. L’eventuale presenza di episodi depressivi (precendenti o susseguenti l’episodio maniacale) nonostante non sia necessaria per la diagnosi è altamente probabile. Lo stesso DSM-5 chiarisce che la stragrande maggioranza di pazienti che sperimentano un episodio maniacale vivono, nell’arco della loro vita, episodi depressivi maggiori.

In genere comunque gli episodi maniacali sono preceduti e seguiti da episodi depressivi o da episodi ipomaniacali.

Episodio maniacale e ipomaniacale nel DSM-5

Il DSM-5 definisce un episodio maniacale come un periodo di tempo di almeno 7 giorni nel quale si osserva un tono dell’umore eccessivamente elevato, espanso, eccitato o irritabile e un conseguente aumento anormale ed eccessivo delle normali attività quotidiane.

L’episodio maniacale si caratterizza inoltre per una serie di sintomi tra cui:

Elevata autostima e senso di grandiosità

Riduzione del bisogno di dormire

Logorrea

Accellerazione del pensiero e fuga delle idee

Elevata distraibilità

Aumento delle attività quotidiane (ad esempio aumento del tempo lavorato o delle ore di studio) o agitazione psicomotoria

Partecipazione ad attività rischiose (folli spese eccessive, rischiosi investimenti di capitale)

La presenza di almeno tre di questi sintomi consente di poter fare diagnosi di episodio maniacale. Se inoltre l’intensità dei sintomi è tale da richiedere il ricovero ospedaliero, il criterio dei 7 giorni non è più necessario.

L’episodio ipomaniacale invece si differenzia dall’episodio maniacale in quanto deve durare almeno 4 giorni e le condizioni cliniche non rendono necessario un ricovero.

 

Disturbo bipolare II

Il DSM-5 stabilisce che per poter fare diagnosi di disturbo bipolare di tipo 2 siano necessari almeno un episodio di depressione maggiore (recente o passato) e almeno un episodio ipomaniacale (recente o passato).

Il disturbo depressivo maggiore deve durare almeno due settimane mentre l’episodio ipomaniacale almeno 4 giorni. La presenza anche solo di un episodio maniacale nel corso dell’intero arco di vita impedisce di formulare la diagnosi di disturbo bipolare II e definisce invece la diagnosi di disturbo bipolare I.

Depressione e disturbo bipolare

Sia nel disturbo bipolare I che nel disturbo bipolare II i momenti di elevazione del tono dell’umore si alternano ad episodi depressivi che spesso sono molto pesanti e invalidanti. Spesso la fase depressiva del disturbo bipolare è particolarmente pesante e può durare a lungo.

I criteri del DSM-5 per diagnosticare una fase depressiva in un disturbo bipolare sono sovrapponibili a quelli del disturbo depressivo maggiore. E’ soprattutto durante le fasi depressive che pazienti con disturbo bipolare II vengono diagnosticati. Durante le fasi ipomaniacali infatti, caratterizzate da scarsa o assente consapevolezza di malattia, il paziente tende a non richiedere aiuto.

 

Disturbo Ciclotimico 

Il disturbo ciclotimico, detto anche ciclotimia, fa parte dei disturbi bipolari ed è caratterizzato da frequenti alterazioni del tono dell’umore (per almeno due anni) che però non raggiungano l’intensità dei sintomi del disturbo bipolare II. Il DSM-5 stabilisce che, per poter fare diagnosi di disturbo ciclotimico, è necessario che il soggetto, nel corso della sua vita, non abbia mai soddisfatto i criteri per l’episodio depressivo maggiore, per l’ipomania o per la mania.

 

Farmaci antidepressivi di seconda generazione

Farmaci  SSRI inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina

 

NOME FARMACEUTICO            ALCUNI NOMI  COMMERCIALI

                                                        

 

  • Citalopram                                Seropram, Elopram
  • Escitalopram                             Cipralex, Entact
  • Fluoxetina                                 Prozac
  • Fluvoxamina                              Dumirox, Fevarin
  • Paroxetina                                 Sereupin, Seroxat,      

                                                          Daparox, Eutimil

  • Sertralina                                  Zoloft

 

Farmaci SNRI, inibitore della ricaptazione della serotonina e della norepinefrina  “multimodali”, melatonergici, dopaminergici

 

  • Venlafaxina (Efexor, Faxine)
  • Duloxetina (Cymbalta, Xeristar)
  • Mirtazapina (Remeron)
  • Vortioxetina (Brintellix)
  • Agomelatina (Thymanax, Valdoxan)
  • Bupropione (Wellbutrin)

 

I principali effetti collaterali degli antidepressivi di seconda generazione

 

  • Aumento dell’ansia, agitazione, irrequietezza,  

     insonnia, nervosismo,

  • Aumento di appetito e quindi di peso
  • Cefalea
  • Diminuzione di appetito e quindi di peso
  • Disturbi sessuali (soprattutto ritardo dell’orgasmo e dell’eiaculazione)
  • Diarrea
  • Irritabilità
  • Nausea 
  • Stitichezza
  • Sudorazione

 

Gli stabilizzanti dell’umore

Nelle depressioni gravi, nella tendenza al suicidio, nelle depressioni molto agitate e nel disturbo bipolare sono molto usati anche i cosiddetti stabilizzanti dell’umore

 

Tra questi i più usati sono il Carbonato di litio (Carbolithium), il Valproato di sodio (Depakin), la Lamotrigina (Lamictal). 

 

Segni di tendenza alle alterazioni bipolari dell’umore

 

  •  Familiarità per disturbo bipolare
  • Marcata irrequietezza, ansia e agitazione insieme ai sintomi della depressione
  • Precoce risposta agli antidepressivi, con aumento o comparsa di irrequietezza, ansia e agitazione
  • Precedenti episodi di innalzamento eccessivo dell’umore
  • Sensazione di “pensieri che corrono veloci nella testa” insieme ai sintomi della depressione
  • Ricorrente instabilità dell’umore

La depressione nei bambini e negli adolescenti

Nei bambini l’umore depresso può essere somatizzato ed espresso attraverso i malesseri psicosomatici come i mal di pancia, i disturbi digestivi, i mal di testa, i disturbi del sonno. L’umore depresso può essere spostato ed espresso attraverso piccole manie, ossessioni sul cibo, rituali che possono diventare esordi di un disturbo di attacchi di panico, un disturbo ossessivo-compulsivo, un disturbo alimentare, che se non vengono riconosciuti nella loro funzione di difesa e regolazione di una sofferenza, potranno nel tempo strutturarsi in un vero e proprio disturbo. 

 

Negli adolescenti l’umore depresso è più facilmente espresso attraverso l’iperattività, l’agitazione, gli scoppi di ira, gli scatti di collera che sono particolarmente violenti, improvvisi, immotivati ed esagerati rispetto alla difficoltà che stanno affrontando. Quando gli scoppi di collera sono gravi e ricorrenti è possibile fare una diagnosi di disturbo da disregolazione dell’umore dirompente. Gli scoppi di collera possono essere manifestati verbalmente attraverso urla, turpiloquio o in modo comportamentale, con pugni e cose spaccate. Queste reazioni sono spesso sproporzionate rispetto all’evento che le ha provocate sia nell’intensità che nella durata. L’umore rimane persistentemente nervoso e alterato anche tra uno scoppio di ira e l’altro. 

 

Non si può parlare di depressione nell’adolescenza senza parlare del rischio di suicidio, visto che rappresenta la seconda causa di morte in questa età, dopo gli incidenti. 

Ci sono due termini che sono molto importanti da comprendere: i fattori di vulnerabilità e i fattori precipitanti.

Parliamo di fattori di vulnerabilità quando ci riferiamo ad alcune situazioni preesistenti come ad esempio aver vissuto un lutto importante, la mancanza di dialogo in famiglia, che quando si sommano tra loro e in aggiunta ad altri fattori precipitanti, ad esempio, il bullismo a scuola, possono aumentare il rischio di compiere un atto suicidario. 

Tra i fattori di vulnerabilità che sommandosi ai fattori precipitanti possono creare un rischio di suicidio sono: la disgregazione familiare, l’uso di sostanze per alleviare la sensazione di malessere, la pressione scolastica, le delusioni sentimentali, episodi di bullismo.

Altri fattori di rischio che possono aumentare il rischio di compiere un suicidio sono: l’aver già compiuto un tentativo di suicidio (in questi casi la  possibilità che un adolescente riprovi il suicidio è molto più alta di chi non lo ha mai tentato prima); la presenza di altri disturbi psicopatologici come un disturbo dell’alimentazione, un disturbo di personalità oppure un disturbo d’ansia, così come una dipendenza dalle sostanze o alcol; eventi traumatici all’interno della famiglia come la perdita di un genitore, una separazione / divorzio conflittuale dei genitori; la presenza di un comportamento suicidario tra i familiari (i figli di genitori che si sono suicidati hanno una incidenza maggiore di tentativi di suicidio rispetto ai ragazzi nelle cui famiglie non si sono mai verificati dei suicidi, perché rappresenta un’idea percorsa da una persona vicino a noi per fuggire da una sofferenza); la sieropositività (comporta una sensazione di vulnerabilità che accentua lo stato depressivo che poi può aumentare il rischio di tentativo di suicidio).

I segnali d’allarme da non trascurare che segnalano un forte malessere sono: la presenza di tristezza, del pianto, della depressione accompagnati da scoppi di ira e di rabbia, l’abbandono scolastico, il peggioramento del rendimento scolastico, i comportamenti a rischio come la tendenza a correre in moto o in macchina, fare uso di sostanze come bere tantissimo in una sola serata, fare giochi pericolosi, la scarsa cura dell’aspetto personale e dell’igiene, l’allusione alla morte nei post o nei temi, l’isolamento e  il distacco dalla vita di relazione. Tutti questi aspetti messi insieme sono dei campanelli d’allarme da non sottovalutare. Sarà indispensabile mettere in sicurezza il nostro adolescente iniziando un percorso di psicoterapia individuale e familiare. A volte anche un percorso farmacologico e un supporto di gruppo possono essere di aiuto affinché ritrovi il suo equilibrio.

Anziani e depressione

Nell’anziano la depressione si esprime con la tristezza, i sensi di colpa, i pensieri di morte, la disistima, un calo di interesse e del piacere nelle attività giornaliere, i disturbi del sonno, una difficoltà di concentrazione. Il rischio del suicidio nell’anziano è alto, rappresenta infatti il 30% del totale dei suicidi. La depressione è legata ad esperienze di perdita quali il pensionamento, il cambiamento del ruolo sociale che esso comporta, la perdita degli affetti, la perdita dell’autonomia, dell’efficienza fisica, della memoria, il peggioramento dello stato di salute, l’isolamento sociale. Sarà importante avere un buon rapporto con il medico di famiglia per non trascurare le malattie fisiche, favorire una attivazione comportamentale per contrastare l’astenia, un aiuto farmacologico, un supporto psicoterapeutico e attività che favoriscano una nuova socializzazione.

Psicoterapia EMDR e depressione

Ho già descritto la psicoterapia EMDR in un post. Qui riporto le tematiche più inerenti alla depressione che possono essere affrontate.

Se stiamo vivendo un episodio di depressione singolo o ricorrente, probabilmente potremmo rintracciare nella nostra storia degli eventi dolorosi legati alla perdita con conseguente tristezza e legati alla sconfitta con il relativo sentimento di vergogna. La depressione è uno dei modi in cui si manifesta la nostra sofferenza. 

In queste esperienze passate abbiamo vissuto emozioni intense come rabbia, odio, paura, terrore, vergogna, panico, disperazione che ci portano ancora oggi a compiere delle azioni esplosive e disregolate oppure all’opposto potremmo non sentire le emozioni, saremo incapaci di agire, non avremo la motivazione nel fare le cose, accuseremo umore  depresso, vivremo come se fossimo distaccati, intorpiditi o anestetizzati. Altre volte oscilleremo tra questi due estremi.  

Se abbiamo fatto esperienza nell’infanzia che non c’era nessuno ad aiutarci, che non c’era via di fuga e che non c’era possibilità di successo nella relazione con l’altro, la difesa migliore al senso di impotenza sarà quella di cessare ogni attività e spegnerci. Incominceremo a vivere un senso di estraniamento, saremo incapaci di percepire il nostro corpo e le nostre emozioni.

Attraverso il lavoro di psicoterapia potremmo capire che l’immobilità e il rimuginio depressivo “non valgo niente, ho sbagliato, faccio schifo, non sono all’altezza, andrà tutto storto”  possono essere stati delle risorse di sopravvivenza, perché ci hanno permesso di limitare i danni. Un atteggiamento non remissivo avrebbe potuto provocare attacchi molto gravi o rifiuti.

Immaginiamoci cosa sarebbe successo se ci fossimo mostrati fieri e assertivi piuttosto che mostrarci accondiscendenti e sottomessi, nei confronti dell’autorità dei genitori o dei maltrattamenti subiti.

Immaginiamoci come saremmo stati trattati dai nostri genitori, che non ci dicevano mai “bravo”, se fossimo stati rilassati invece di lavorare sodo, per essere i migliori a scuola o nello sport.

Queste reazioni, sebbene in passato ci hanno permesso di sopravvivere e di automonitorarci nelle  relazioni familiari, sono diventate una descrizione di noi, creando una bassa autostima e una idea di essere sempre “in difetto”. 

Sarà importante pensare che solo una parte di noi si vergogna, così come un’altra parte può sentirsi in colpa o vuole ferire il proprio corpo. Pensarci in termini di parti e non di “io fuso con le descrizioni negative” ci aiuterà a poter individuare delle risorse, anche piccole, dalle quali partire per poter cambiare.

E’ difficile separarci dal rimuginio depressivo perché pensiamo che la critica, la svalutazione da parte degli altri sia ancora una minaccia presente dalla quale ci dobbiamo proteggere. Sarà importante durante l’elaborazione EMDR imparare a rassicurarci e a calmarci perché oggi non c’è nessuno che ci giudica, che ci dice che siamo inferiori, che non abbiamo fatto abbastanza o se ci fossero questi giudizi, potremmo imparare a prenderne una distanza emotiva.  

Elaboreremo con l’EMDR gli eventi della vita odierna che hanno innescato l’episodio depressivo (la depressione di solito segue l’evento innescante dopo un tempo di 1 o 2 mesi) e le situazioni nel presente, che vediamo come una prova delle convinzioni negative su di noi.

Potremmo lavorare sul sentirci senza speranza o intrappolati, su un’immagine intrusiva, un ricordo traumatico o una persona che ci ricorda un evento traumatico oppure quando ci sentiamo criticati dal nostro partner, da nostro figlio, dal nostro capo, ci sentiamo rifiutati, non considerati, sotto pressione oppure una situazione nella quale qualcuno non è soddisfatto di noi. Questi inneschi possono crearci una emozione di tristezza moderata o intensa. 

A volte riusciamo a trovare una convinzione negativa centrale (ad esempio,“io non valgo niente”, “sono inadeguato”, “sono un fallito”) che ha un maggior impatto sulla vita attuale e andremo a cercare e ad elaborare le esperienze che ci hanno insegnato che valiamo poco, senza speranza o siamo un fallimento. Esploreremo come queste convinzioni negative ci hanno aiutato a far fronte a situazioni difficili nell’infanzia. In questi casi la depressione è una risposta reattiva a determinati eventi dolorosi.

Altre volte non abbiamo ricordi isolati ma uno stato mentale che appare come “antico e familiare” come se ci fosse sempre stato. Anche in questo caso possiamo rappresentare ed  elaborare questo stato come un evento specifico. Anche ricordi di tentativi di suicidio quando presenti possono essere elaborati, dopo che la depressione si e’ ridotta in maniera significativa.

Potremmo incontrare delle difficoltà a sentire le nostre emozioni perché quello che percepiamo e’ un vuoto, un non sentire nulla. Lo psicoterapeuta ci porterà a pensare il non sentire nulla come un silenzio dalle sensazioni e dalle emozioni. Se trasformiamo il nulla in silenzio, potremmo riconoscergli un significato, ad esempio, come un momento di tregua dal rimuginio mentale sulle convinzioni negative che abbiamo di noi, come uno stato di rilassamento, di neutralità oppure come una condizione di blocco o di fuga, una perdita di contatto con il nostro corpo come se fossimo anestetizzati. E’ un vuoto che possiamo incontrare e che ci può fare meno paura. 

Un aspetto che cercheremo di trasformare in psicoterapia sarà lo sforzo enorme che negli anni abbiamo fatto per apparire diversi da quello che siamo, per raggiungere una immagine ideale di noi. Uno sforzo basato sul dover essere e il dover fare. 

Se usciamo da una posizione di critica e di giudizio possiamo provare a prenderci cura di noi, a guardare con tenerezza quel bambino che siamo stati, che ha sofferto perché è stato lasciato solo, è stato criticato e ha provato vergogna.

Sarà importante lavorare sulla disforia ovvero sulla irritabilità’, la sensazione di frustrazione, i comportamenti aggressivi sia a livello fisico che verbale che accompagnano l’umore depresso. L’irascibilità accelera il circolo vizioso che conduce ai pensieri auto svalutanti e quindi alla depressione. 

 Sarà fondamentale con l’aiuto dello psicoterapeuta rinforzare le nostre risorse, gli interessi, le abilità, anche se noi fatichiamo ad accettare dei riscontri positivi. Questo ci permetterà di recuperare un senso di padronanza e di competenza che va a contrastare il senso di sconfitta che spesso è pervasivo.