Nonostante i continui progressi nel campo delle terapie oncologiche, quando riceviamo una diagnosi di tumore ci sentiamo inevitabilmente impotenti e in pericolo. Sentiamo che non padroneggiamo più il corpo, la mente, il tempo.
Noi non siamo responsabili del nostro tumore ma possiamo decidere come affrontare la malattia.
Possiamo imparare a prenderci cura di noi stessi e sentire che siamo in grado di gestire il cambiamento che il tumore impone alla nostra vita.
La diagnosi di tumore impatta sulla nostra peculiare storia personale pregressa che inevitabilmente condizionerà il significato che diamo alla malattia e la capacità di adattarci a questo evento.
Possiamo avere una situazione familiare, supportante o con scarse risorse emotive e sociali. Abbiamo pensieri positivi ma anche negativi su di noi. Possiamo avere la tendenza ad autocolpevolizzarci o a perdere il controllo delle nostre azioni. Facciamo ciò che gli altri vogliono a discapito del prenderci cura di noi stessi o mettiamo una distanza rigida con le persone. Siamo assorbiti da impegni lavorativi o al contrario abbiamo una precarietà lavorativa. Possiamo avere figli minori, dei familiari disabili o anziani da accudire.
Possiamo vivere l’esperienza della malattia condizionati dal modo in cui altri familiari o persone a noi vicine hanno vissuto il loro tumore o la morte.
Associamo la parola tumore ad un senso di morte.
Improvvisamente tutta la nostra vita si trasforma e sentiamo che non ne abbiamo il controllo.
Il nostro corpo cambia e può apparire come un estraneo che ci ha tradito.
I legami affettivi possono modificarsi. Le persone attorno a noi vivono il nostro stesso trauma.
La capacità lavorativa può risentirne.
Ci sentiamo disperati e depressi.
Abbiamo sensi di colpa e di impotenza che esprimiamo attraverso l’irritabilità nei confronti degli altri.
Possiamo vivere la malattia come una punizione per i nostri peccati da espiare o con un sentimento di ingiustizia e di invidia verso le persone sane.
La malattia oncologica e’ quindi un evento di per sé traumatico che può lasciare tutta una serie di sintomi post-traumatici.
La malattia, anche dopo la guarigione, può diventare un disturbo post-traumatico da stress con sintomi di evitamento (delle relazioni sociali, degli affetti, distacco emotivo), di intrusione (incubi, ricordi ricorrenti), sintomi di allerta (disturbi del sonno, ridotta capacità di concentrazione, stanchezza cronica), umore depresso, aggressività, ansia di separazione ecc.
Se non soffochiamo le nostre emozioni e riusciamo a chiedere un aiuto psicologico, possiamo insieme allo psicoterapeuta, affrontare in itinere tutte le fasi della malattia oppure dopo la guarigione, lavorare sugli effetti duraturi di questa esperienza, attraverso i ricordi, che ostacolano la capacità di vivere quanto più possibile sereni. I nostri ricordi possono essere espliciti quando ricordiamo chiaramente ciò che è accaduto o impliciti che emergono sotto forma di emozioni intense o distacco dalle emozioni, pensieri negativi, sensi di colpa, sensazione di pericolo costante, tensioni nel corpo ecc.
Anche la nostra mente può fare la sua parte nel complesso processo di guarigione organica.
Con la terapia EMDR* (vedi post Trauma ed EMDR) durante la malattia, i colloqui avranno come obiettivo il potenziamento delle risorse interne ed esterne per auto-regolare le nostre emozioni di paura, di tristezza, di rabbia, di vergogna che viviamo nelle diverse fasi. Le risorse e le tecniche immaginative ci aiutano a contenere lo stato di allerta, di pericolo, di impotenza (regolazione dell’arousal) che sentiamo rispetto alla malattia.
Il potenziamento delle risorse genera esperienze positive che aiutano il nostro cervello ad adattarsi meglio ai cambiamenti imposti dalla malattia.
Possiamo scoprire nuove risorse che non abbiamo mai appreso, possiamo sostenere quelle poco sviluppate o recuperare una risorsa che abbiamo interrotto nel passato a causa delle circostanze della vita personale. Le possiamo sviluppare e praticare fino a che diventino progressivamente automatiche, facili da utilizzare.
Queste risorse e immagini vengono individuate e rinforzate con l’elaborazione bilaterale tipica dell’EMDR per poter essere poi richiamate, durante i momenti critici che dovremo affrontare in ospedale e quando siamo a casa.
Le risorse relazionali fanno riferimento al bisogno di vicinanza o distanza rispetto agli altri. Riguardano la capacità di chiedere aiuto a qualcuno ma anche di porre dei confini sani verso coloro che sentiamo essere troppo richiedenti, intrusivi o opprimenti. Ci aiutano a non isolarci, a favorire la comunicazione, ad esprimere quello che sentiamo, senza aderire alla regola del silenzio per proteggere familiari e amici.
Le risorse somatiche vengono favorite attraverso esercizi di auto-rilassamento associati alla stimolazione bilaterale propria dell’EMDR. Gli eventi passati o le future difficoltà ci fanno vivere emozioni soverchianti che ci trasportano mentalmente altrove. Attraverso questi esercizi riusciamo a ricentrarci su di noi. La focalizzazione delle sensazioni corporee ci dà una stabilità e un ancoraggio sul momento presente che stiamo vivendo.
Possono essere la consapevolezza del nostro corpo (ad es. sentire la lunghezza della nostra spina dorsale), la sensazione di essere radicati sentendo i piedi ben appoggiati a terra (grounding), la respirazione profonda, le sensazioni gradevoli legate ai 5 sensi (candele, profumi, tessuti morbidi, colori, sapori), il camminare, i bagni caldi. Il corpo diventa un nostro alleato e non soltanto un oggetto che viene aggredito dalla chemioterapia, dalle pratiche chirurgiche, dalla perdita di funzioni o di parti.
Le risorse artistiche/creative riguardano attività come la musica, la poesia, la cucina, le arti manuali, la scrittura, il disegno, la lettura. Possono essere momenti di distrazione che alleggeriscono le preoccupazioni.
Le risorse spirituali come la meditazione, l’abilità di entrare in contatto con Dio, l’avere un maestro spirituale possono essere esperienze che ci permettono di ritrovare uno stato di calma e tranquillità.
Le risorse naturali riguardano la capacità di connettersi con la natura, apprezzarne suoni, immagini, profumi, fare giardinaggio, passeggiare nella natura per ritrovare un senso di quiete. Un’attività sportiva blanda ma regolare, quando possibile in gruppo per sfruttare l’incoraggiamento degli altri, ci permette di restare in contatto con il nostro corpo e contenere la tristezza e la stanchezza cronica.
Con le tecniche immaginative, associate alla stimolazione bilaterale dell’EMDR, impariamo a immaginarci il nostro sistema immunitario come una parte che vogliamo rafforzare e far reagire. Possiamo identificare delle immagini positive come l’acqua cristallina, un fascio di luce, immagini a noi care, come un paesaggio, un luogo sicuro. Possiamo rappresentare il nostro dolore fisico in un’immagine, in un colore, in un suono, per sopportarlo meglio.
L’identificazione delle risorse e delle immagini si unisce alla individuazione e al rafforzamento delle convinzioni positive (io ce la faccio, io sono in grado di sostenere la terapia, io ho le risorse per stare meglio).
Ci aiuterà il ricordarci delle volte che abbiamo sperimentato, nel corso della nostra vita, la sensazione di avercela fatta, quando abbiamo avuto la speranza, la forza e il coraggio di aver superato un evento difficile. Per sentirci meno impotenti possiamo focalizzarci su modelli di persone che stimiamo (un familiare, un amico positivo che ci è stato vicino) o che hanno superato la nostra stessa esperienza.
Rinforzare l’aggressività e vedere il tumore come un nemico contro il quale combattere non ci aiuta. Possiamo pensare che la nostra parte adulta sana si prende cura della parte malata con amorevolezza e tenerezza. Questa visione ci aiuta anche a considerare il cancro come una parte di noi, senza identificarci con esso e vederci solo come malati.
Rispetto alla fase pre-diagnosi possiamo sentirci in colpa perché abbiamo minimizzato o negato i sintomi o siamo arrabbiati perché non siamo stati creduti rispetto ad un malessere che esprimevamo.
Rispetto alla fase della diagnosi possiamo ricordare con shock e incredulità la comunicazione da parte del medico. Possiamo aver bisogno di fare chiarezza sulle scelte e sulle decisioni da intraprendere che riguardano noi e i nostri familiari. Una lunga lista di attesa per il trattamento può acuire la frustrazione.
Nella fase del trattamento possiamo prepararci per affrontare la paura, l’ansia, l’impotenza legata ad un eventuale intervento chirurgico, alle terapie coadiuvanti, a gestire il dolore acuto, la stanchezza cronica.
Un compito che dovremo affrontare è lo stabilire dei buoni confini con gli altri. Le terapie mediche, i ricoveri, le persone che si preoccupano di noi possono violare i nostri confini fisici e interni. Ci sentiamo come se non avessimo la possibilità di stabilire noi, in base ai nostri bisogni, la vicinanza e la distanza dagli altri non solo fisica ma anche il diritto di avere pensieri ed emozioni personali, pur se differenti da quelle degli altri.
Nella fase di guarigione possiamo vivere in un costante stato di allerta. Il distacco emotivo o al contrario un eccessivo coinvolgimento emotivo può portare ad isolarci, ad allontanare o a perdere gli amici, non sentirci più sicuri nel lavoro, sentirci sbagliati.
Due tipiche reazioni che evidenziano quanto la malattia sia presente nella nostra mente anche quando siamo guariti sono il Marchio di Caino e la Colpa del Sopravvissuto.
Il Marchio di Caino è quando ci identifichiamo con la malattia e ci consideriamo ancora malati anche se siamo guariti. Siamo convinti di essere riconosciuti come malati quando siamo in presenza degli altri pur in assenza di segni visibili della malattia.
La Colpa del Sopravvissuto è rispetto a chi non ce l’ha fatta, a chi è deceduto. Ci sentiamo frequentemente in debito e non riusciamo a dire di “no” agli altri. Possiamo sentirci in colpa rispetto alle persone che hanno riportato maggiori esiti della malattia. Non ci sentiamo in diritto di soffrire e di esprimere la nostra sofferenza.
Nella fase della recidiva possiamo sentire che non abbiamo più le energie. A volte, pensiamo che sia più dolorosa di quando ci hanno comunicato la diagnosi. Dobbiamo affrontare pensieri negativi come il pensare di non farcela, che ormai questa volta siamo spacciati, siamo impotenti, che il cancro sarà una malattia cronica.
Nella fase terminale, sarebbe bello se riuscissimo a cambiare la nostra cultura paternalistica e falsamente protettiva per la quale le persone che ci circondano, a fin di bene, fanno finta che noi, malati di tumore allo stadio terminale, non sappiamo che ci rimane poco tempo di vivere.
Riporto un passaggio tratto da un libro di David Servan-Schreiber (neuroscienziato e terapeuta EMDR) malato di cancro che trovo descriva bene il compito da realizzare in questa fase.
“Quando non si può più combattere contro la malattia, rimane ancora una lotta da intraprendere, quella per affrontare bene la morte: salutare adeguatamente le persone che si devono salutare, perdonare le persone che si devono perdonare, ottenere il perdono delle persone da cui ci si deve far perdonare. Lasciare messaggi, sistemare le proprie cose. E partire con un sentimento di pace e di ‘connessione’. Avere la possibilità di preparare la propria partenza è in realtà un grande privilegio”. Tratto dai libri Anti cancro – Guarire – Ho vissuto più di un addio di David Servan-Schreiber
Con l’EMDR possiamo lavorare sulla dimensione del passato rielaborando tutti i ricordi legati alla malattia (comunicazione della diagnosi, intervento, terapie coadiuvanti, cicatrici, perdita dei capelli, recidiva ecc). Possiamo focalizzarci sui trigger del presente (non riuscire a guardare la parte del corpo colpita, difficoltà a parlare della malattia, gli sguardi degli amici/colleghi, incontrare persone con la stessa problematica, conseguenze a causa della perdita di organi o condizioni come l’infertilità) o sul futuro (la prossima volta che faremo i controlli, gli anniversari, identificare le risorse mancanti che potrebbero essere utili per affrontare la paura).
Se attraverso l’esperienza della malattia oncologica, riusciamo a prenderci cura di noi possiamo trasformarla in un’occasione di crescita personale post traumatica.
*Terapia EMDR: studi di neurofisiologia hanno dimostrato che le stimolazioni bilaterali alternate durante le sessioni di EMDR sono in grado di mettere in connessione le aree sottocorticali del talamo e dell’amigdala dove risiedono le memorie traumatiche emotive e somatosensoriali con le aree della corteccia prefrontale deputate al pensiero e all’autoconsapevolezza con conseguenze da parte di queste ultime di desensibilizzazione ed elaborazione delle informazioni traumatiche sottocorticali.