Oggi noi genitori ascoltiamo i figli molto più di quanto accadeva in passato, ma siamo incapaci di sentire le fatiche, le sofferenze e le emozioni negative dei nostri figli.
Tendiamo a banalizzare o al contrario a drammatizzare quello che i nostri adolescenti ci dicono. Tendiamo a parlare di noi e a porre la nostra persona al centro della conversazione.
Abbiamo la presunzione di sapere perché i nostri figli si comportino in un certo modo, invece di aiutare a cercare insieme a loro, le interpretazioni più corrette.
Dovremmo ascoltare le fragilità e le paure dei nostri figli in crisi. È necessario un ascolto autentico, una riflessione aperta, il più possibile libera da stereotipi, luoghi comuni e pregiudizi sugli adolescenti.
Gli adolescenti possono apparire spavaldi ma vivono tante emozioni di cui non sanno parlare.
Se ai figli non insegniamo a riflettere su ciò che vivono, non sapranno perché reagiscono in un certo modo, non capiranno che emozioni provano.
I figli hanno paura delle proprie emozioni, le temono, non riescono a padroneggiarle.
Gli adolescenti rinunciano a comunicare la propria sofferenza. Quando noi genitori proviamo a fare delle domande, non riceviamo risposta.
Il disagio dei figli non espresso a parole si manifesta sotto forma di agito come violenza contro se stessi (dal disturbo alimentare, attacchi di panico al ritiro sociale) o all’interno del gruppo (dall’invidia ai gesti aggressivi) fino ad arrivare al suicidio.
Gli adolescenti si anestetizzano con l’alcol e il fumo. In passato, le sostanze avevano una valenza trasgressiva e disinibitoria. Oggi servono a lenire uno stato mentale di sofferenza.
Il senso di inadeguatezza insieme alle precarie prospettive lavorative causano sofferenza. Gli adolescenti pensano che hanno poco da perdere.
Molti incidenti stradali per eccesso di velocità sono tentativi di suicidio. Gli adolescenti hanno voglia di morire, per non sentire il dolore e non si proteggono dai rischi. I suicidi sono tra le principali cause di morte.
Noi adulti non dobbiamo avere paura di parlare dei pensieri che gli adolescenti possono fare intorno alla morte, pensando che parlarne induca il tentativo.
In realtà è proprio il contrario. Bisogna parlarne per abbassare il rischio di comportamenti parasuicidari.
Possiamo utilizzare i frequenti fatti di cronaca di ragazzi che si sono suicidati, per capire cosa loro provino di fronte alla morte volontaria di tanti coetanei, se si sentono in difficoltà e se anche loro abbiano pensato a questa possibile soluzione.
Il pensiero sulla propria morte non è l’esito di una malattia mentale ma una tentazione che si trasforma in progetto e poi in gesto che nasce quando gli adolescenti non intravedono una prospettiva futura.
Oggi noi genitori offriamo ai nostri figli molte più opportunità rispetto a ciò che abbiamo ricevuto durante la nostra crescita.
Tutte queste occasioni vengono offerte non solo per far piacere ai figli ma anche perché abbiamo aspettative alte nei nostri confronti. Servono inoltre a calmare la nostra ansia o i nostri sensi di colpa.
Ci aspettiamo che dopo tutte le esperienze, gli acquisti, l’affetto, i corsi, la libertà, i viaggi, che abbiamo offerto, i figli siano sereni.
Le aspettative che abbiamo sui figli, visto tutto ciò che abbiamo offerto loro, diventano esagerate.
Gli adolescenti fanno proprie le nostre aspettative e sono incapaci di sopportare il fallimento rispetto alle nostre troppe e alte attese.
L’errore è per noi un dramma, il brutto voto è un fallimento. Lo sbaglio genera un’idea di se’ negativa.
Tanti adolescenti raccontano di avere una bassa autostima. L’auto svalutazione (si dicono che non sono all’altezza, non sono capaci) porta a considerare le richieste che ricevono da noi e dagli insegnanti, come eccessive.
Per paura di sbagliare preferiscono evitare e rinunciare ad impegnarsi. Il ritiro sociale, l’abbandono scolastico, i videogiochi e le amicizie virtuali diventano un rifugio e una protezione.
Noi genitori non dobbiamo utilizzare i fallimenti e gli insuccessi degli adolescenti come momenti di mortificazione, ma dobbiamo aiutarli a vedere gli errori, come normali fasi della vita, da cui imparare qualcosa di se stessi.
I figli se prendono un voto basso non temono tanto la nostra reazione, quanto la paura di deluderci: si domandano come fanno a dirci di non farcela quando noi abbiamo fatto così tanto per loro.
Gli adolescenti sentono di deluderci e non sanno come tollerare la nostra angoscia per il loro disagio.
Se critichiamo i nostri figli, non possiamo aspettarci che loro non facciano la stessa cosa con noi. I primi a dover cambiare, a dare il buon esempio e a interrompere modalità relazionali aggressive dovremmo essere noi adulti.
Il nostro compito più difficile sta nel aiutare i figli a riconoscere le loro emozioni, a parlarne e a gestirle.
Noi genitori aiutiamo i figli se riusciamo a :
Capire perché sono tristi e a tirarli su di morale.
Capire di cosa hanno paura e rassicurarli.
Capire perché sono impulsivi e ad abbassare la rabbia.
Capire ciò che fa loro provare vergogna e superarla.
Ma per riconoscere, parlare e gestire le emozioni dei figli, dobbiamo saper riconoscere e gestire le nostre emozioni.
Noi adulti viviamo in allerta e in attesa che possa capitare qualcosa di pericoloso, per poi scoprire, quando siamo messi alla prova perché la sofferenza si avvera e la perdita diventa realtà, di essere capaci di vivere e di resistere all’evento doloroso.
Spesso cerchiamo un colpevole alle difficoltà dei nostri figli al di fuori della famiglia. Accusiamo la dipendenza da internet, i professori, gli amici, la pandemia.
Le contraddizioni di noi adulti rispetto al mondo degli adolescenti sono molteplici.
Accusiamo gli adolescenti di essere dipendenti da internet quando in realtà siamo proprio noi ad essere produttori e fruitori del mondo digitale.
La società attuale “onlife” (Prof. Luciano Floridi) caratterizzata da un labile confine tra la vita virtuale e quella reale, tra la vita pubblica e quella privata ha reso più complessa e più difficile la vita personale e relazionale. Siamo noi adulti che dobbiamo aiutare gli adolescenti a muoversi in questa complessità.
Attraverso internet, i videogiochi, i social, i programmi televisivi abbiamo creato modelli culturali ed educativi, nei quali gli adolescenti si identificano. È importante avere successo, consenso, essere popolari, possedere prodotti, fare audience, essere visibili. Si raccontano su Instagram per paura di non contare.
Se non si è popolari non si ha valore, se non si ha successo si è falliti. Oggi conta sentirsi sempre guardati o pensati, da qui selfie, BeReal, sexting ecc.
La sessualità diventa un mezzo per rinforzare un successo personale, l’affermazione di sé e per compiacere l’altro .
I modelli che passano nella società digitale creano delle aspettative ideali.
Il bambino si aspetta che crescendo avrà un corpo come proposto dai modelli di riferimento e poi in adolescenza il corpo cambia e deve fare i conti e affrontare quote di delusione.
Il corpo, così come l’idea di sé, non è mai all’altezza delle aspettative. Il corpo viene continuamente modellato e corretto per gestire i propri pensieri (tatuaggi, piercing, filler, palestra ecc ).
L’attenzione maniacale all’allenamento sportivo (vigoressia) permette nel corpo scolpito e muscoloso di avere una perfetta corazza alle proprie fragilità psicologiche.
Il mondo digitale ha amplificato i pericoli e l’ansia viene placata mantenendosi sempre in contatto.
Da un lato chiediamo ai figli di limitare l’uso di internet e contemporaneamente le “mamme virtuali” hanno bisogno, per placare le loro ansie, di controllare tutti gli spostamenti dei figli. Appena un figlio esce di scuola deve telefonare o mandare un messaggio per informare il genitore e così quando arriva a casa, quando deve mangiare e via dicendo, fino ad arrivare all’uso della geolocalizzazione.
Internet è l’unico luogo fuori dal controllo dei genitori.
Da un lato chiediamo ai figli di non stare sempre su whatsapp e contemporaneamente usiamo le chat dei genitori di classe e il diario elettronico per monitorare i comportamenti dei figli.
Permettiamo che i nostri figli da bambini diventino precocemente grandi, grazie ai social e ai programmi televisivi che fanno loro sempre compagnia, abituandosi ad una iper stimolazione e ad una gratificazione istantanea.
Quando i figli diventano adolescenti, chiediamo di frenare questa corsa accelerata e di rimanere da soli, a trascorrere ore a studiare, che vengono vissute come noiose e frustranti perché l’apprendimento richiede un tempo lento.
Noi genitori dobbiamo dare il buon esempio. Internet può rimanere acceso se sapremo con tanto impegno, costruire e mantenere una buona relazione con i figli che esplori e comprenda e non rinneghi la fragilità degli adolescenti.
I figli devono sentire che noi li amiamo per quello che sono, non per quello che vorremmo che diventassero.
Bibliografia
- Lancini M. L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti Raffaello Cortina Editore 2021
- Lancini M. Cosa serve ai nostri ragazzi. I nuovi adolescenti spiegati ai genitori, agli insegnanti, agli adulti Utet 202
- Riva E. Fragili Amazzoni: i nuovi disturbi alimentari delle adolescenti Franco Angeli 2022